La polvere del colore
Schermi di luce di Vincenzo Cecchini

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

Vincenzo Cecchini non ama la definizione di “pittura analitica”, troppo limitativa rispetto agli orientamenti specifici della sua sperimentazione cromatica. Questa precisazione è necessaria, per quanto non si può negare che la collocazione nell’ambito di questa tendenza pittorica abbia amplificato la conoscenza della sua arte, dagli anni Settanta ad oggi.

Certo è che l’artista non nega che la fisicità dei materiali indagata nel periodo iniziale della sua ricerca era basata anche su aspetti analitici, infatti le originarie “inquadrature” di colore rispondevano ad una radicale messa a fuoco dell’evento cromatico come processo entro cui era affrontato il dialogo tra pittura e fotografia, strumenti complementari concepiti come polarità entro cui esplorare rapporti e sintonie tra i due linguaggi.

Nel corso del tempo, Cecchini si è sempre più allontanato dai vincoli concettuali del fare pittura, ha allentato il campo di decifrazione analitica del colore per entrare nella visione poetica del “possibile”.

L’immagine è diventata luogo di emanazione cromatica, soglia di luce indistinta, tensione a sconfinare dal perimetro della superficie, senz’altra intenzione che quella di rivelare il colore nel silenzio del vuoto.

Per porre in evidenza questi aspetti identitari, la presenza del gesto manuale si è modificata sollecitando lievi trasalimenti del colore, mutevoli essenze della materia che affiorano nello spazio indeterminato del visibile.

Evitando il rischio di una formalizzazione troppo prevedibile, Cecchini ha scelto di abbandonarsi agli stati sensoriali del dipingere, all’immediatezza della visione intuitiva, all’imprevedibile divenire della forma come misteriosa vitalità affidata alla sostanza tattile del colore.

La tensione dentro e oltre la scelta del monocromo, per esempio, non è mai stata algida astrazione ma processo legato al fisico rivelarsi dell’immagine, luogo di sedimentazione di parvenze fissate tra superficie e profondità.

Per Cecchini la pittura non ha certezze dimostrabili, è un azzardo che sfida la dimensione dell’ignoto, muta parvenza che interroga lo spazio senza referenti, avventura della materia tra stati densi e aloni evanescenti.

Nel divenire dei sensi pittorici emerge il pulviscolo del tempo attraverso il velo della luce mentale, ciò che si manifesta è il senso di sospensione della forma, l’istantanea qualità del colore come impronta sfuggente, traccia provvisoria del rapporto imponderabile tra arte e vita.

Nell’arco dell’ultimo decennio, la pittura è diventata spazio silente che accoglie l’estensione immaginativa dello sguardo, sintesi tra ciò che è stato e ciò che è ancora possibile inventare, in quanto la manipolazione del colore-luce svela ogni volta altre sembianze della sua segreta identità.

Nelle opere recenti l’attenzione verte sull’idea di “schermo”, misura frontale dove colore e forma sono gestiti al massimo grado del minimo intervento, con uno stile personale portato a esiti di estrema coerenza.

Si tratta di un orientamento non programmatico, rispondente piuttosto a una naturale simbiosi con la materia pittorica, continuo esperimento in atto, processo creativo in grado di verificare le mutazioni graduali del visibile.

Sulle tracce del fare bisogna porsi per cogliere il fluire immaginativo che Cecchini segue senza volontà di teorizzare alcunché, lasciandosi condurre dalle suggestioni primarie della materia, sempre nel vivo delle emozioni sensoriali e mentali che essa sollecita.

Recenti dialoghi con l’artista hanno permesso di comprendere in modo più consapevole i processi della sua pittura attuale, i tempi esecutivi e le segrete corrispondenze tra il pensiero progettuale e il fisico rivelarsi della forma.

Dopo una preliminare squadratura, Cecchini riempie lo spazio delimitato con polvere di colore, quindi sovrappone una plastica di acetato che lo trattiene come uno strato di variabile peso percettivo, a seconda della pressione manuale. In sostanza, l’artista “scannerizza” un frammento di tela, un dettaglio della sua trama, stampato successivamente sulla plastica, poi sovrapposta al colore-polvere e incollata fino ad ottenere sui bordi differenti tracce e spessori. La plastica ha quasi sempre movimenti instabili, si solleva, si gonfia, vive d’aria e respira di luce, esiste in modo autonomo, assumendo quasi l’aspetto di un’icona da contemplare.

Dalla traccia fotografica alla polvere della pittura, dunque, all’interno di questi termini avviene la singolare sintesi creativa di Cecchini, visione generata dalla reciproca interazione tra colore, acetato e colla.

Questo processo tattile-visivo è caratterizzato da continue dislocazioni dei margini della superficie, i perimetri segnati si sdoppiano e si modificano a seconda delle differenti soluzioni spaziali che l’artista intende suggerire.

La sensazione è che l’immagine sia sempre contenuta in un altro spazio, e in un successivo spazio ancora, con inquadramenti instabili e sfasati, in reciproca e ossessiva tensione dentro la misura primaria del supporto.

Molteplici valenze materiche crescono sullo “schermo” della pittura, attraverso la ripetizione differente delle stratificazioni, dove il corpo frontale del colore presuppone il respiro verso i margini, oltre il tracciato.

Cecchini non sceglie mai di determinare con precisione l’immagine in quanto non ama usare una geometria rigorosa ma preferisce evocarne la risonanza inquieta, il flessibile equilibrio compositivo: come se la luce del colore fosse sospesa sul confine interminabile tra il vuoto e il pieno.

La forma ricorrente restituisce il lento disgregarsi del pigmento come materia granulosa che lascia trasparire la texture della tela sottostante, con lievi cangianze d’ombra e di luce, minime oscurità e dilatati chiarori.

Lo schermo su cui Cecchini lavora è una misura che resiste nel tempo, un’icona per purificare lo sguardo, perimetro persistente dove cogliere la quintessenza del colore-luce, energia primaria sottratta alla codificazione in quanto aperta alla continua mutazione del sentire.

Le scelte cromatiche rispondono al carattere poetico della luce, passano dalla sospensione mentale del bianco alle oscurità dell’inconscio, toccano gli ardori del rosso ma anche la tenue epidermide del rosa, si inebriano d’azzurro e di viola, esprimono l’energia del giallo e il respiro del verde. Comunque sia, non sono mai colori simbolici ma essenze luminose legate ai ritmi sensoriali della mente, alle intuizioni oltre il visibile.

Negli omaggi a Giorgio Morandi la luce è filtrata tono su tono, minime vibrazioni si accompagnano a palpiti impercettibili, il diafano e l’opaco non permettono di fissare la forma come un’unica atmosfera ma evocano lievi bagliori che lasciano intravvedere qualcosa di inaspettato.

Allo stesso modo, le linee di contorno (sovrapposte e continue oppure frammentate e intermittenti) indicano che l’atto pittorico non può mai essere uguale a sè stesso, in quanto legato ai tempi soggettivi del dipingere, perfino alla casualità di alcuni esiti che colgono di sorpresa lo stesso artista.

Anche le “carte” giocano sullo sperimentalismo di questi registri espressivi, esse sono realizzate portando al massimo grado di essenzialità il trattamento delle materie, l’immediatezza esecutiva, l’automatismo istintivo del segno.

Come sempre, le linee sono tracciate a mano libera, l’intuizione spaziale coincide con la prima inquadratura, per poi sviluppare variabili relazioni tra forma e colore, segno e materia, superficie e supporto: correlazione costante tra misura strutturale dell’immagine e qualità cromatica.

Camminando di questo passo, la pittura ogni giorno si anima con la certezza che ogni mossa è in grado di aprire altri percorsi e rimettere sempre in gioco le proprie regole d’invenzione: in quanto è la dimensione ludica che da sempre Cecchini privilegia, esplorando “i confini del possibile” con ironia e immaginazione, piacere del fare e del libero pensare.