Misteri plastici
La scultura come visione comune, Enzo Capozza & Maria Rita Fedeli

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

È raro incontrare nel panorama artistico attuale esperienze legate al lavoro in coppia, doppio sogno vissuto in modo talmente profondo e indissolubile da trasformare la sintonia creativa in un modello di comportamento autonomo, al di fuori di qualunque parametro conosciuto.

A differenza di coppie di artisti che lavorano in simbiosi oppure sono votate a un senso di reciproca collaborazione, non necessariamente rispondenti ad una comune tensione esistenziale, nel caso di Enzo Capozza & Maria Rita Fedeli si avverte una persistente unità di intenti che caratterizza in modo inconfondibile le dinamiche della loro ricerca.

La dimensione del lavoro in coppia non è occasionale e neppure segno di una provvisoria strategia espositiva, deriva piuttosto dalla congiunta volontà di esprimere un’idea di “scultura” come sperimentazione di energie ancestrali, potenzialità primordiali, fervori della materia sentita come essenza vitale.

Di conseguenza, C&F vivono l’arte come dimensione fortemente connessa con i processi della natura, con un impegno totale che dalla sfera dei sensi si proietta verso la soglia del cosiddetto “divino”. Non a caso, essi si affidano a concetti come sacralità, spiritualità, energia cosmica, oltre che coltivare espliciti riferimenti al mondo delle forme arcaiche, archetipi e miti originari assimilati come nutrimenti generativi delle loro invenzioni plastiche.

In una recente esposizione C&F hanno scelto di proporre un aspetto della loro articolata ricerca, quello che riguarda le opere realizzate con il legno, materia duttile e mutevole, autentica e costante passione del loro immaginario.

Di questa tenace inclinazione viene documentato il periodo più recente, saltando la prima fase dove le forme erano lisce e levigate, legate al carattere naturalistico del materiale e alle valenze simboliche delle varie costruzioni.

Tuttavia, seppure rivolte a far emergere un differente senso tattile della materia, le nuove morfologie non hanno smarrito le radici formali del periodo di formazione, il valore delle rotondità e dei corpi fluenti, quel particolare modo di leggere il volto bio-morfo della natura portando alla luce il divenire armonico che ne costituisce il nucleo primario.

Intorno alle valenze naturali del legno C&F si sono appassionati approfondendo la sua conoscenza in senso tecnico ed estetico, dalla scelta del periodo idoneo per tagliare ogni albero alle loro caratteristiche basilari: resistenza, durezza, elasticità, malleabilità. In tal senso, hanno adottato una personale tecnica di lavorazione per esaltarne il carattere espressivo, poliforme e propulsivo, al fine di estrarre dal tronco forme che hanno la forza dei sensi sconosciuti, ben al di sopra dei normali livelli di percezione.

Con questo orientamento di fondo, i nostri artisti hanno valutato gli effetti della stagionatura, gli attributi di ogni singola tipologia (tiglio, cirmolo, larice, noce, mogano, ciliegio, castagno e altri ancora), inoltre quelle qualità sensoriali, forse anche sensitive, capaci di sollecitare i segreti umori della materia, e di portarli verso una nuova visibilità.

Essi hanno dunque tenuto conto della bellezza delle nervature, dei nodi, delle incrinature, delle cavità e delle asperità, sfruttando aspetti in apparenza anomali per ri-definire in senso creativo l’identità della materia lignea.

Dall’esplorazione dei differenti coefficienti tattili e visivi, A&C si sono mossi con consapevolezza intuitiva per interpretarne le valenze espressive, dalla valutazione del colore naturale alla colorazione con polveri di pigmento, aniline in soluzione alcolica, essenze cromatiche capaci di penetrare nelle fibre del legno assicurandone il pieno assorbimento.

Fondamentale è porre in evidenza le trame sottostanti alla sfaccettatura epidermica, non solo il profilo della forma totale, ma anche la trama segnica che scaturisce dall’atto di incidere il legno, scarnificando e sfregiando il suo volto espressivo in modo ossessivo, fino a placare la durezza di ogni intagliatura con la luce di un solo colore.

Le dominanti monocromatiche oscillano dalla luminosità del rosso porpora e del giallo oro al chiarore assoluto del bianco e alla forza azzerante del nero, opposte valenze che conferiscono un maggiore grado di tensione agli spessori e ai solchi che intaccano e si insinuano nella profondità della forma.

Simultanea alla valutazione delle potenzialità cromatiche, sta la scelta di usare la moto-sega, strumento decisivo che C&F paragonano a una “matita-sciabola per intraprendere una sorta di battaglia-danza con il tronco”.

C’è infatti una dinamica esecutiva che coinvolge gli artisti in un corpo a corpo che richiede sforzo psico-fisico e notevole dispendio di energie, ma è una fatica necessaria per concentrarsi sui tempi del rituale tecnico-operativo che garantisce un’immediata rispondenza tra progetto e azione.

Si tratta di un’implacabile necessità di segnare, scalfire, incrociare i tagli, lasciando che l’opera nasca attraverso le veloci incursioni dell’elettro-sega che aggredisce la materia per poterla possedere, assedio del fare che continuamente modifica la forma fino all’esito finale.

La fase progettuale è affidata a disegni, schizzi, schemi preparatori che, per quanto dotati di autonomia espressiva, offrono le prime intuizioni di quella che sarà la messa in forma dell’idea costruttiva, la sua compiuta resa plastica. A questo punto, la collaudata prontezza esecutiva trasforma la quantità del materiale manipolato in qualità formale, sintesi ritmica e vitalistica, costante metamorfosi che la scultura assume come proprio orizzonte d’azione.

Il radicamento alla terra si rovescia nell’opposta tensione verso il trascendente, aspirazione a proiettare il peso delle forme nella sfera dei pensieri utopici, oltre le umane inquietudini, con il fine di captare nuovi magnetismi nella dimensione cosmica dell’immaginazione.

Ancor più che nelle ricerche del passato, le opere lignee del recente periodo esaltano il senso dell’arcaico con morfologie aspre e crude, ruvide e scheggiate, dominate da modi decisi e taglienti di trattare il tronco con un senso di panica immedesimazione nella sua linfa energetica.

Quando le dimensioni si amplificano, la scultura si avvale di vari elementi che si aggregano e si compenetrano esprimendo un impulso combinatorio necessario per rapportarsi alle estensioni ambientali, quasi per coinvolgerle nella trappola della scrittura plastica. Il dinamismo dello spazio segue le pulsazioni contrastanti dei tagli, dall’interno verso l’esterno, e viceversa, in quanto questo continuo incrociarsi degli scatti segnici è la fonte di ogni scarica espressiva, luogo di emanazione d’energia tantrica, flusso misterioso della vita congiunta alle radici biologiche della natura.

Differenti sono gli idoli polimorfi che si incontrano nel percorso della mostra, corpi difformi color rosa che mostrano desideri a fior di pelle, forme sensorie pervase da orgoniche energie, appendici plastiche variamente disposte per captare le latitudini del vuoto. D’altro lato, strane e gioiose presenze si muovono personificando sogni plastici inverosimili, mentre appaiono escrescenze che dialogano a distanza con ibridazioni tra l’umano e il vegetale, percorsi spiritici rivolti a svelare il sentire soprannaturale.

Nuovi temi di lettura entrano in scena con la forza dei loro diramati tentacoli ma anche con il rigore silenzioso di ritmi compositivi che fluiscono incessanti, come nel caso delle modulazioni concave-convesse che costituiscono un teorema spaziale di equilibrata misura figurale.

Altrettanto misurato è l’ordine compositivo che caratterizza la ricerca di forme di mirabile compostezza, carico di stupore è l’incanto solitario di una scultura denominata monoica, d’altro lato l’immagine della scissione bi-ovulare persegue il valore dell’unità della dualità.

Sul piano delle personificazioni mitiche, la figura della Dea è evocata come un’immagine totemica che sovrasta ogni altra presenza, mentre quella del King/Re - dall’alto della sua regalità- reagisce imperioso al prevedibile corso degli eventi, alla finta stabilità delle convenzioni.

Le tinte sature e calde dei colori attribuiti ad ogni singola opera rendono ancor più intensa la percezione delle diverse invenzioni formali, soprattutto quando al loro interno si incontrano connotazioni della materia che stimolano l’emozione del lettore. Il buco del tronco funziona come un occhio surreale, la forma circolare diventa un magico bozzolo, una protuberanza si allunga e penzola con varie movenze, mentre un elemento a forma di proboscide sembra risucchiare d’un solo fiato lo spazio circostante.

Ogni elemento è disposto a catalizzarne un altro, trasmettendo il senso della permutazione morfologica come tema centrale di ogni esplorazione fantastica, motivo ricorrente nel divenire delle apparizioni.

Una scultura tra le più singolari rappresenta due anime bianche e immacolate che si congiungono facendo pensare ad un autoritratto spirituale: la materia è sublimata nella luce che avvolge i corpi e li sospende in un clima di stupefatta visione, il mistero è compiuto ma lentamente si ripropone evocando nuove avventure dello sguardo.

All’opposto, un senso di concreta tensione corporea si avverte nelle protuberanze protese alla conquista del vuoto, triplici e molteplici articolazioni afferrano movimenti stralunati, spinte immaginative che accerchiano lo spazio con traiettorie poliformi, arditi sconfinamenti.

Multiverse sono le ramificazioni che artigliano l’ambiente espositivo attraverso nuclei espansi e armoniosi, forme legate agli istanti plastici del loro proteiforme germinare, da un punto all’altro dello spazio.

Altre opere conquistano la scena, divaricano i punti di equilibrio cercando altri raccordi con gli elementi dello stesso organismo, creando torsioni e deformazioni che stravolgono il nucleo primario della forma.

Singolare è il concetto di “eiezione” usato come titolo di una delle più recenti opere, esso allude non solo all’espulsione improvvisa di energie magnetiche ma soprattutto alla pressione immaginativa che provoca emissioni e gettiti urtanti, travasi di energie sensuali, anche pulsioni ironiche e pensieri ludici.

Del resto, per C&F la scultura è sempre gioco, divertimento costruttivo, strumento per progettare commistioni energetiche, combinazioni di pezzi diversi, assemblaggi di reperti di lavorazioni precedenti, aggregazioni di parti già ideate per altre opere e riconvertite in un diverso erotismo immaginativo.

La strutturazione ibrida degli elementi è guidata da un modo di vivere l’arte come sistema aperto a continue verifiche spaziali, tentazioni disseminate ovunque sia disponibile la misura adatta per accoglierle. In tal senso, Capozza e Fedeli dimostrano di essere sempre in grado di dominare l’ambiente disponendo le opere secondo accostamenti calibrati per via di accordi e contrappunti, sintonie e contrapposizioni. E di saperlo fare con attenzione alle affinità formali e ai contrasti cromatici, in modo da trasmettere allo spettatore il brivido delle permutazioni che è il filo conduttore dei loro “misteri plastici”, luoghi di rivelazione della materia sempre in procinto di generare nuova vitalità.