Arte e impegno sociale
La persistenza del passato. Incontro con Fernanda Fedi

di Laura Tosca Nuova Meta - Numero 40



 

Laura Tosca: Fernanda come ti sei accostata all’impegno sociale? Avevi già una tua sensibilità come artista o l’ambiente, il periodo storico, ha sviluppato questo tuo interesse?

Fernanda Fedi: Penso che una cosa sia inscindibile dall’altra. Vivevamo in una società in fermento, soprattutto negli anni settanta e noi come artisti volevamo fare qualcosa per il rinnovamento della società. Avevamo quest’utopia, è stata veramente un’utopia, un momento particolare e bellissimo perché c’è stata una crescita collettiva; non esisteva soltanto l’individuo, l’artista singolo, ma un fare qualcosa che apparteneva a tutti. Io, come artista, non ho mai abbandonato la mia ricerca personale nonostante le discussioni all’interno del gruppo: c’era chi sosteneva che si dovesse partecipare unicamente a livello collettivo e non proseguire nella singola ricerca. Su questo punto sono sempre stata ferma e categorica perché per me la ricerca artistica è sempre stata prioritaria, una mia necessità interiore, perciò non ho mai abbandonato la pratica individuale. Questa era la mia posizione, nonostante le critiche fortissime all’interno del gruppo.

Ciononostante, i convegni, i dibattiti cui siamo stati invitati come gruppo del collettivo sono stati momenti accrescitivi, poiché ci mettevamo sempre in una discussione dialettica.


L.T.: Vuoi parlarmi delle tue ricerche? Dei tuoi temi e del tuo linguaggio?

F.F.: Dopo una lunga ricerca nel campo strutturale (anni settanta) sono passata, negli anni ottanta, a opere in cui domina l’idea di assenza (grandi tele bianco su bianco in cui salvaguardavo solo un piccolissimo frammento: dominava lo spazio); in seguito, ho iniziato a occuparmi del segno-scrittura, segno rapportato alla musica, alla poesia quale gesto della memoria-mente. Dal 2004 la mia ricerca verte sulla scrittura arcaica, minoica micenea etrusca… è entusiasmante percepire come questi segni arcaici ‘non traducibili’ siano la vera ‘fenomenologia’ della comunicazione.


L.T.: Come donna artista che tipo di tematica e di attività hai sviluppato?

F.F.: Come donna artista ho partecipato, tra gli altri, ad un gruppo di artiste donna FNLAV (Federazione Nazionale Arti Visive) all’interno della CGIL. Avevamo chiesto a questo Sindacato artistico la possibilità di organizzare un convegno sul tema ‘Donna Arte e Società’: ci era stato dato il consenso a delle condizioni (introduzione, sviluppo, conclusioni con taglio politico) che non abbiamo accettato, perché volevamo che questo convegno appartenesse unicamente alle artiste, ai loro problemi.

Ci siamo staccate dalla FNLAV e abbiamo dato il via per due giorni consecutivi a questo meeting interessantissimo allo spazio Formentini (Brera) che ci ha ospitato gratuitamente oltre a stampare un cartoncino d’invito. Durante queste giornate donne artiste, donne creative, si sono messe in discussione, avevano voglia di far conoscere i loro problemi, la loro difficoltà di emergere in quanto donne, il loro isolamento soprattutto in certe regioni del Sud Italia; è stato un momento un po’hippy, molto libero, un regesto di voci ‘vere’ e ‘sofferte’. Sono arrivate donne da tutta l’Italia con i loro sacchi a pelo dalla Sicilia, dalla Calabria.

L’evento è stato supportato da diverse riviste femminili e femministe che hanno dato molto spazio a questo momento positivo e di confronto. Abbiamo sentito le diverse realtà, donne timidissime che sono riuscite a parlare nonostante il pubblico. Agli uomini era stato vietato parlare, potevano solo assistere e ascoltare; sono stati ligi e nessuno ha contestato. È stato un incontro fertile di idee e di conoscenza, non nel senso politico o partitico; c’è stata una testimonianza vera e spontanea. Eravamo nel 1978: sabato 14 e domenica 15 del gennaio 1978 e in questo bello spazio abbiamo discusso diversi progetti, abbiamo condiviso questa realtà, anche se, purtroppo, non sono rimasti gli atti del convegno. Dopo dieci anni ho voluto riaffrontare il tema della donna nell’arte e sono stata curatrice, con l’appoggio dell’Endas Lombardia, del convegno a Palazzo Stelline di Milano ‘12 al 2000’ Donna Arte.

Questo convegno si è basato sulla professionalità delle donne-artiste a livello internazionale. In una giornata sono stati proiettati video da tutto il mondo e in un’altra giornata ci sono stati interventi di artisti, critici, assessori alla cultura. Ti lascio la documentazione della mia presentazione e il fascicolo del convegno. Gli interventi di Vincenzo Accame artista di poesia visiva, Luigi Corbani assessore alla cultura, Alberto Veca critico d’arte molto bravo, Mirella Bentivoglio, Patrizia Serra, Rossana Bossaglia, Lola Bonora, Marco Meneguzzo (purtroppo il suo intervento non è stato registrato a causa di un guasto) tutti personaggi di grande impegno che hanno spronato l’arte con la loro ricerca e promosso l’affermazione della donna nel campo dell’arte.


L.T.: L’artista donna ha quindi più difficoltà di affermarsi dell’artista uomo nel campo dell’arte?

F.F.: Il campo dell’arte è difficile per tutti sia per gli uomini sia per le donne; per le donne forse maggiormente, ma in tutti i campi creativi, e non solo, c’è grande difficoltà. Far sentire la propria voce in campo nazionale e soprattutto internazionale è molto difficile e competitivo, entrano in gioco diversi meccanismi, per la donna, forse, ci sono ancora più ostacoli.


L.T.: Vuoi parlarmi di questi meccanismi?

F.F.: I meccanismi dipendono dalla capacità di proporsi da parte degli artisti; alcuni sono bravi venditori di se stessi, non lo dico in senso negativo, è una qualità (che purtroppo non ho) per altri è più difficile, ma con la costanza e l’impegno gli obiettivi si raggiungono. Chi lavora e ricerca con costanza, generalmente ottiene stima e gratificazione.


L.T.: Certo, oltre alla difficoltà di inserirsi nel campo dell’arte in generale, l’artista impegnato nel campo del sociale, incontrerà ancora più difficoltà…

F.F.: Il periodo veramente impegnato socialmente è stato dagli anni settanta agli anni ottanta; poi per vari problemi politici, tra i quali il fatto che il partito comunista non ha dato più il suo appoggio a certi gruppi, gli artisti sono fuoriusciti dalla politica e si sono ripiegati su se stessi, continuando a dare il proprio contributo a certe associazioni, ma in forma individuale, senza aggregazione. A me piace portare la mia esperienza di arte terapeuta ad associazioni di handicappati, è una crescita conoscere altre realtà, quella degli esclusi... tuttavia mancano oggi momenti di aggregazione, non ci sono le condizioni; tanti giovani artisti che incontro invidiano il periodo che abbiamo vissuto. Giovani intelligenti che si impegnano in altre vie, lo studio, la creazione di riviste etc.. sempre a livello singolo o di pochi... non con un’idea sociale ‘alta’.


L.T.: I giovani provano quindi questo sentimento d’isolamento?

F.F.: Sì. I giovani che conosco, che incontro, ci invidiano quel periodo di socializzazione e si rammaricano di non aver provato quello che noi abbiamo vissuto: si sentono isolati, devono sgomitare per farsi valere, non riescono ad essere se stessi. Durante le nostre riunioni ci confrontavamo, ci ascoltavamo, c’erano pittori, poeti, persone di una certa levatura, era interessante, crescevamo insieme. Ovviamente, non mancavano liti, discussioni accese, diatribe, tutto questo fa parte dell’animo umano con le proprie debolezze e le prevaricazioni non mancavano certo!


L.T.: Cosa ti manca di più di quel periodo?

F.F.: Non mi mancano i momenti, sono contenta di averli vissuti; ora non sarebbe possibile riviverli, siamo rimasti amici, sono i giovani che dovrebbero trovare uno stimolo di unione. Oggi si limitano a riempire il vuoto, ma anche il ‘riempitivo’ spesso è vuoto.


L.T.: In quegli anni ci sono stati movimenti fantastici che sono spariti; forse ne conosciamo le ragioni storiche, ma mi domando: abbiamo forse sbagliato qualcosa? Perché non siamo riusciti a raccogliere i frutti del nostro impegno?

F.F.: Sono felice di quello che ho fatto; forse non abbiamo tenuto conto che le fila le tira, comunque, il potere finanziario e solo lui; noi abbiamo avuto un momento gratificante ma non potevamo né potremmo appropriarci del grande potere finanziario detenuto da una minoranza che condiziona tutto il mondo.


L.T.: Abbiamo, secondo te, una speranza di sensibilizzare questi giovani che, fortunatamente, invidiano chi ha partecipato a un certo tipo di esperienza e che oggi si sentono isolati e nel vuoto? Come poter far diventare l’arte un momento di crescita e di sensibilità dell’uomo?

F.F.: Dovremmo fare due distinguo: da una parte la scuola che dovrebbe sviluppare l’insegnamento delle arti visive, del teatro e della musica, dall’altra parte riconsiderare l’errore fatto dalla nostra generazione che ha rinunciato a svolgere il ruolo del genitore: essere amico, amica, anziché padre e madre. La totale tolleranza, l’accomodamento, la comprensione che ha avuto come effetto l’assenza della contestazione e la mancanza dello scontro generazionale non ha fatto bene, anzi è stato molto negativo.

Ora tocca ai giovani trovare nuove strade e nuovi momenti di aggregazione.


L.T.: Che tipo di esperienza hai provato nel coinvolgimento di altre persone nei collettivi ai quali hai partecipato?

F.F.: Noi lavoravamo in collettivi fissi, quindi tutti artisti già formati; lavoravamo su varie tematiche di tipo sociale, sul divorzio, sull’alienazione, sull’ambiente…


L.T.: Come a Zurigo?

F.F.: Sì, a Zurigo… abbiamo fatto un’esperienza molto bella... siamo stati chiamati dall’assessorato di Zurigo per fare un regesto delle tracce che erano lasciate dai passanti nelle diverse zone della città dalle periferie al centro storico. Usavamo dei teli di sei metri per due di altezza stesi a terra, teli che poi sono stati esposti in una sede municipale. Abbiamo provato prima a Milano, le persone che passavano lasciavano delle belle tracce tutte sporche, poi siamo andati a Zurigo era tutto così pulito che non restava nessuna traccia… abbiamo dovuto bagnare i teli perché si vedessero dei segni, quale regesto dell’ambiente, del quartiere...


L.T.: Avete fatto anche attività di coinvolgimento politico?

F.F.: Sì. C’erano diversi collettivi che si occupavano di determinati argomenti, l’attività svolta a Montecchia di Crosara (Verona) organizzata dalla galleria Sincron di Brescia e altri collettivi, anche da altre città, sviluppavano diversi temi di carattere urbano. Abbiamo invitato a Milano gruppi internazionali e abbiamo confrontato le diverse esperienze di tutta Europa, eravamo tutti in sintonia, anche questa un’esperienza molto costruttiva.


L.T.: A distanza di circa dieci anni dalla stesura del tuo libro, pensi che modificheresti qualcosa?

F.F.: No, anche se ho già fatto delle critiche ad alcune situazioni che non capivamo, essere utopiche. Ad esempio, l’esperienza di Sesto S. Giovanni sull’alienazione. Era stata affascinante tutta la preparazione, abbiamo impiegato più di un anno, abbiamo lavorato tantissimo con il Consiglio di fabbrica della Ercole Marelli e con il Consiglio di zona per poter realizzare numerosissime sagome di polistirolo bianco che rappresentavano gli operai svuotati dalla loro personalità a causa di un lavoro alienante; un amico del collettivo è andato diverse volte alle sei del mattino per intervistarli… abbiamo anche rischiato, siamo stati contestati; in seguito abbiamo capito l’utopia del nostro intervento. Gli operai non si riconoscevano nella figura inanimata dell’alienato, forse non avevamo il diritto di giudicare, di calare dall’alto le nostre opinioni, era la loro vita, arrivavano al mattino presto, giocavano a carte, socializzavano e in seguito il ‘duro’ lavoro. Questa esperienza si è conclusa con un filmato regesto delle interviste effettuate. Ci ha fatto riflettere.


L.T.: L’artista dovrebbe avere maggiore sensibilità? Dovrebbe riuscire a provocare?

F.F.: La maggior sensibilità non è detto che sia solo dell’artista e provocare non mi interessa, non è nella mia natura, piuttosto la ricerca. Dobbiamo sperare che la scuola accolga l’importanza dell’insegnamento delle materie artistiche e poi dipende dalla generazione, dall’artista che deve interpretare il proprio tempo.


L.T.: Abbiamo anche il grande problema del potere finanziario nelle gallerie d’arte, la sperequazione delle valutazioni…

F.F.: Il mercato è necessario, tuttavia in molti casi si rischia di portare l’arte a emblema-oggetto, quasi un titolo in borsa con rialzi e crolli repentini... La morte dell’Arte in funzione della finanza… Tuttavia anche in questo campo non tutto è negativo, non possiamo non tenerne conto.


L.T.: Finiamo con un pensiero positivo…

F.F.: Sì certo, insisto sull’argomento: la scuola dovrebbe incominciare ad apportare cambiamenti dalla base introducendo a partire dalle classi elementari l’educazione alle arti visive, al teatro, alla musica. Auguriamoci che la comunicazione tra i giovani ritorni attraverso il colloquio, la discussione diretta e che la comunicazione mediatica rallenti il suo ritmo a favore dello scambio verbale e interpersonale.