Divorare stanca?
Antropofagia e selvaggi nelle opere di Dias&Riedweg

di Matteo Binci Nuova Meta - Numero 40



 

Si è tenuta a Roma, negli spazi di Auditorium Arte e Macro Testaccio, una mostra a cura di Anna Cestelli Guidi su Dias & Riedweg, duo artistico elvetico/brasiliano. Mauricio Dias & Walter Riedweg hanno elaborato una mostra dal titoloOther time than here. Other place than now. La riflessione è incentrata sull’immigrazione e sui cambiamenti sociali e politici, considerando l’atto dello spostarsi e lo spostamento di oggetti, persone e immagini come matrici per la formazione della società e dell’individuo. Le opere di Dias & Riedweg, già esposte nella Documenta del 2007, costituiscono anche un promemoria delle radici antropofagiche specifiche della tradizione brasiliana, inaugurate dai racconti di sventurati viaggiatori naufraghi sulle coste, che riuscirono a sopravvivere al rituale antropofago dei Tupi, macro-gruppo etnico indigeno storico del Brasile. Quelle vicende costituirono un discrimine sul selvaggio buono, docile e ammaestrato, facile da convertire e porre al lavoro, in opposizione al selvaggio cattivo, mostro famelico e divoratore del colonizzatore.

Oggi il selvaggio è sfaccettato, figura plurima tra l’esaltazione per uno stato vergine di non addomesticamento e l’essere flagello di una condizione primitiva e incompleta. In ogni caso, il selvaggio è al di fuori delle leggi, non risponde alle normali condizioni. Momento di rottura del prestabilito, ma anche mantra odierno nella via alla felicità. Picasso scriveva: «Se io dipingo un cavallo selvaggio, magari non vedrete il cavallo ma senz’altro vedrete il selvaggio», perché al di là della chiara raffigurazione, sussiste l’impeto del selvaggio, odore acre e insopportabile che trasuda in ogni dove. Selvaggio lo è anche un fiore, una forza, una montagna, una poesia, un bacio, una situazione, una musica, una sorgente, una bestia, una parola e il cuore selvaggio, distruttore incontrollabile e incomprensibile. Ma il selvaggio per antonomasia non è selvaggio se non divora. Allora eccoli i Tupi, praticanti dell’antropofagia, ultimo impeto famelico nella lotta per la vita. Mangiare o essere mangiati, unico dualismo sopraggiunto all’oppressione. Fu questa la fine del selvaggio nella civiltà, calpestato a morte perché Altro.

Quanto detto è rintracciabile in FUNK STADEN, un video di Dias & Riedweg che unisce due immaginari precisi: le favelas e l’antropofagia. Al ritmo danzante del Funk Carioca (genere di musica dance nato nelle favelas di Rio de Janeiro negli anni ’80) si consuma il rituale antropofagico. Dalla sovrapposizione di un’antica incisione e di un tetto delle favelas, si accende un fuoco attorno al quale uomini e donne vengono connotati da selvaggi non fosse altro che per le braccia e la gambe bianche sezionate e gettate a terra, quasi ciocchi di legno pronti ad ardere. È nella smorfia sorridente e maligna diretta alla telecamera che un uomo dà il via alle danze. Porta in trionfo un braccio, innalzandolo quasi come un pesce trofeo appena pescato. Il corpo bianco, mozzato e mancante viene dato alle fiamme, mentre si scatena tutto attorno una festa di suoni. Viene meno la totalità olistica del corpo, imprescindibile qualità persa nei frammenti del torso classico. Sembra di rivedere le sculture della statuaria mutilate dal tempo e dalla storia. Se «il destino di ogni immagine in movimento è di essere cancellata da una successiva», è emblematico lo stacco che pone in sequenza il torso che brucia e il barbecue con la carne da consumo in cottura. Desiderio e appetito. Il coltello tagliente, minuzioso seziona. Gli organi genitali si surriscaldano, il contatto non avviene, ma nella simulata penetrazione si intravede quasi un morso famelico dal grande appetito. E finalmente arriva lei, la testa, centro nevralgico e logico dell’uomo, tuttavia inattiva, scossa solo dalla percussione del corpo di colei che la sorregge, donna nera. E poi di nuovo le danze, dimensione tribale alla quale nemmeno i bambini vengono meno, baccanale rumoroso con i corpi che si incontrano, il dionisiaco e l’energie vitali spensierate insieme alla vista tutt’attorno di un città muta e silenziosa, sospesa e inconsapevole.

Parte di questo immaginario è tratto dal libro Wahrhaftige Historia (Storia vera), scritto da Hans Saden a metà del Cinquecento sulla tribù brasiliana dei Tupinambà. Non a caso, all’interno del libro, si vede la testa di un uomo bruciare, circondata dai corpi nudi e selvaggi che consumano carne umana. Esseri ben lontani dai gentiluomini riuniti in una tavola imbandita. Oswald de Andrade scrisse nel suo Manifesto Antropofago: «Solo l’Antropofagia ci unisce. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente.Unica legge del mondo. Espressione mascherata di tutti gli individualismi, di tutti i collettivismi. Di tutte le religioni. Di tutti i trattati di pace.

Tupi or non tupi that is the question». In altre parole, l’antropofagia non è vista come sola prerogativa dei Tupi e dei selvaggi, bensì è comune all’essere umano. È un modo di stare al mondo come lo è il pensiero selvaggio per Lévi-Strauss che non è il pensiero dei selvaggi, bensì il selvaggio pensiero, modo di rapportarsi alla realtà, ricongiunzione di corpo, mente e natura. Simile all’arte, alla poesia e alla musica, trova il suo principio in una scienza del concreto nella quale l’esperienza dell’altro in carne e ossa è la sola cura contro universalismo astratto ed eurocentrico.

Ritornando alla mostra di D&R, HOT COALS è un video-slot machines della durata di cinque minuti, senza premi né jackpot finale. D&R alternano immagini di scontri tra polizia e manifestanti ai simboli e ai mezzi della violenza poliziesca. Nelle sequenze si innesta un cortocircuito di forze alternate dove l’impeto delle azioni è metaforicamente comparato all’impeto della natura.

La slot machine parte:
/ Manganello / Pistola / Spray / Casco /

/ Lacrimogeno / Pistola / Spray / Elmetto /

Gioco di fortuna e casualità. Misure casuali schierate dalla polizia e dai militari?

Precisi schemi e indicazioni, formule geometriche della violenza, linee umane degli ordini che agiscono con un fine: porre fine. Soppiantare l’uno con l’altro.

/ Manganello / Manganello / Manganello / Manganello /

Condor GL-201 Medium range tear gas projectile

Scoppio! Il fumo sbianca l’immagine, esplodono i geyser, salta l’acqua, bolle la terra, soffia il vento, rimane la coltre. Fuga delle persone, passato e presente, bianco e nero; buio, luce dell’esplosione. Teste che saltano; reeeeplay della mazza da baseball. Travolgente fiumana di gente. La colata di lava che fonde e trascina, amalgama tutto. Acqua e fuoco, aria e terra. Replay. Incendio. Dune del deserto. Cavalli imbizzarriti, stalloni al galoppo, l’orda barbarica verde militare. Vene che pulsano nella testa e nel corpo. Marciare, avanzare, flusso costante, binari del tram, nuvole perturbanti, perpendicolari allo scudo; sfondamento, blocco, policia.

Si infrange il vento nelle dune del deserto. Sembra non sortire effetto, ma lo conosce e lo scoprirà meglio il viandante che verrà. Ieri, oggi e domani. Duna spostata, ordine rotto. Placca tettonica che avanza, smottamento del popolo, valanga di detriti, impeto dei sassi, caduta a valle dei sampietrini.

La forza distruttrice.

HOME OF THE OTHERS è invece un’opera inedita prodotta durante il recente soggiorno degli artisti a Roma, presentata per la prima volta in occasione della mostra. Video installazione che ci introduce nei luoghi simbolo dell’ospitalità e dell’accoglienza ai rifugiati: il Baobab e gli edifici occupati del MAAM. La dimensione terrena di questi luoghi è riportata da un ambiente calpestabile di calcinacci e sassi, che apre vie esplorative tra le alternanze delle proiezioni e degli schermi. Riprese multicanale di una realtà frutto di politiche statali inefficienti in materia di immigrazione. In questo silenzio quotidiano trascorre inevitabile il tempo della vita, tra “soggiorni” con divani che si allagano e l’apparizione in cielo di altre migrazioni millenarie: quelle degli uccelli. Volo simbolico delle libertà danzanti in mancanza di confini. Stormo apparentemente disordinato di frecce nere aeree che mirano al bersaglio. Spostamenti in attesa di mete. Di ritorno in terra, ecco le tende, grotte e ripari senza tempo, archetipi abitativi di sedentarietà imposte. Chiuse o aperte, ma in ogni caso forzatamente fisse. Soglie immobili tra il cielo azzurro e il Sottopasso Turbigo notturno. Inabitazioni instabili sotto un cielo fattosi improvvisamente cupo. Grigiore di futuro che solo un tiepido tramonto dorato romano scalda grazie a colori e candide nubi veneziane dipinte ad olio. Ma alla fine, l’illusione, e la speranza si rivela un’abominevole fiamma interiore, accesa da una natura trasognante, ma che la realtà dell’indomani subito dilava.

Eduardo Viveros de Castro nel suo libroMetafisiche Cannibaliscrive: «Il fatto di favorire la propria umanità a deterioramento dell’umanità dell’altro, mostra una somiglianza fondamentale con questo altro che viene disprezzato: poiché l’altro del Medesimo (dell’Europeo) si mostra uguale all’altro dell’Altro (dell’indigeno), il Medesimo finisce per mostrarsi, a sua insaputa, uguale all’Altro». De Castro sottolinea la necessità di identificazione e costruzione di identità in base alla contrapposizione con l’Altro e nota che questa negazione affermativa è propria sia dell’indigeno che dell’Europeo. Il libro continua richiamando Lévi-Strauss che introduce una differenza sull’analisi dell’altro. Mentre gli Europei utilizzarono le scienze sociali, gli indigeni si affidarono alle scienze naturali. Ne derivò che i primi testarono lo stato di essere animale o meno degli indigeni, mentre quest’ultimi si domandarono se gli Europei fossero dèi o banalmente uomini. Da questo si può ricavare velocemente quale dei due interrogativi sull’identità costituisca la domanda “la più degna di uomini”.

Concludendo, la mostra ha avuto il grande compito e l’onere di iniziare a tessere una trama di conoscenze sull’arte e sulla cultura brasiliana, tuttora poco conosciuta ed esposta in Italia. Infatti, a parte gli scritti su Lygia Clark di Trini relativi alla XXXIV Biennale e quelli di Massimo Mazzone, editi dal ferro di cavallo nel 1999, la rassegna video Altre visioni: libertà, politica e territorio nei video d’artista di Complot S.Y.S.tem del 2006 al Padiglione Venezuela che proiettava tre video di Antonio Manuel, le mostre annuali del Padiglione Brasile alle varie Biennali, la mostra di Vincenzo Todolì all’Hangar Bicocca su Cildo Meireles, il ciclo di Transnational Dialogues al Sale Docks del 2015 (AB-STRIKE), Teresa Macrì con libro Postculture e il recente articolo di Paolo Martore sul Manifesto, diciamo che nel territorio nazionale non vi è molta attenzione al tema. Ed è anche in questa mancanza che acquista un maggior interesse la mostra, andando ad illuminare una ricerca artistica quantomeno trascurata.
Mauricio Dias & Walter Riedweg, da parte loro, inducono a prendere in considerazione in che modo l’Altro viene creato perpetuando ghettizzazione, manipolazione e riscrittura. L’Altro, lo si vede nello stereotipo del selvaggio e nelFunk Cariocadei nostri giorni, è il prodotto di una narrazione miope che tramuta una lettura parziale in una verità assoluta. Nel paese dei selvaggi, gli uomini mangiavano altri uomini, li masticavano, ma ne assorbivano poi le virtù, il valore. Era questo il senso dell’antropofagia. L’uomo bianco veniva bollito, ma per capire il suo essere divino o umano. Ciò rappresentava in qualche modo una presa in considerazione della diversità dell’Altro e l‘esaltazione del suo valore. Era una raggiungimento e un arricchimento dell’anima, perché conoscere significava personificare e quindi ingurgitare e introiettare il punto di vista del soggetto di fronte. Pensiero in assoluta differenza dall’oggettivazione europea che cercava una codificazione del selvaggio e alla quale si oppose anche De Andrade: «Contro il mondo reversibile e le idee oggettivate. Cadaverizzate. Lo stop del pensiero che è dinamico. L’individuo vittima del sistema. Fonte delle ingiustizie classiche. Delle ingiustizie romantiche. E la dimenticanza delle conquiste interiori». Conquiste che risuonano anche nei versi del poeta brasiliano Joao Makoa:


Cuore selvaggio,

famelico divoratore di cieli e uomini sospesi

tra i pilastri dei neri sottoboschi,


Rigurgita Amori,

nubi chiare dell’Altro

e inestirpabili semi dell’Anima.