Utopie costruttive
Sulle recenti opere di Paolo Tatavitto

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

Visioni primarie articolate sulla soglia della rappresentazione, volumi minimali costruiti come luoghi di metafisica sospensione, figure come sentinelle simboliche del tempo e dello spazio, segni antropomorfi dislocati in campo aperto, tensioni reali e virtuali di individui in cerca di umanità.

Il senso del passato suggerito da questi codici spaziali torna a farsi sentire nel recente ciclo di opere che Paolo Tatavitto ha ideato come naturale sviluppo della sua poetica visiva, dialogo ininterrotto tra costruzione geometrica e figura umana, dimensione interiore e utopia ambientale.

L’elemento figurale, emblema dell’uomo come segno di misurazione dello spazio, è il fulcro intorno al quale si articolano le molteplici scene, teatrini e città, variazioni del progetto plastico ambientale che sostiene ogni ricerca.

La figura è archetipo persistente, presenza singola, doppia, triplice, segno costante che abita le dimore urbane e teatrali con accentuata fermezza, partecipe e custode del clima totale della costruzione, anche quando differente è la risonanza del colore nel contesto della rappresentazione.

Alcune opere sono concepite come puri studi ambientali dove concorrono materiali in reciproca sintonia: acciaio, poliuretano rigido, colorazione ipossidica, con una tecnica composita che garantisce ogni possibile soluzione, dalla tensione della curvatura al valore tattile della superficie.

I volumi assumono equilibri instabili, congiunzioni e torsioni con lievi spostamenti dell’asse portante, così il campo percettivo mira allo sconfinamento e alla dilatazione, alla necessaria apertura verso città ideali, purificate da eccessive contraddizioni. D’altro lato, contro le ansie collettive Tatavitto offre la visione incantata dei “teatrini”, sostituisce la durezza dell’acciaio con il calore del legno, l’atmosfera diventa lieve e sognante, la luce assume il tono sospeso del respiro interiore. In queste opere sono racchiuse differenti valenze cromatiche: il bianco inebria lo spazio di purezza, l’arancio accende l’orizzonte dei sensi, le variazioni del grigio sollecitano la meditazione, l’oro evoca bagliori spirituali, ma è soprattutto il vuoto a generare i percorsi vitali della mente. I ritmi spaziali sono bilanciati con pesi divergenti, piani ortogonali e tagli obliqui, spinte all’interno e all’esterno delle cavità che Tatavitto colma di enigmi più che di certezze. Oltre ogni calcolo, domina la vertigine dei volumi primari, stagliati sulla soglia del presente come luoghi del pensiero in cerca di magiche utopie costruttive, visioni del futuro a portata di mano.