Le declinazioni del segno
Sul percorso artistico di Dadamaino

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

Radicale è il gesto con cui Dadamaino (1930-2004) crea intorno al 1958 i primi Volum i svuotando la superficie della tela con grandi fori ellittici, forme ovoidali ritagliate in modo irregolare ma con ponderazione, lasciando emergere solo gli angoli e la parte restante. È il vuoto a rivelare la sua totale presenza, il valore dell’assenza.

Per quanto autonoma, la forma assoluta che sottrae spazio alla superficie spinge Dadamaino a sviluppare l’aspetto concettuale della fisicità, un’intuizione dovuta all’influenza di Lucio Fontana, tramite prezioso per superare i limiti della visione informale.

Questa spinta ad azzerare criticamente la pittura è affrontata fino a tutto il 1959 e prelude ai successivi Volumi a moduli sfasati del1960, opere dove i fori sono disposti secondo una sequenza ottico-strutturale legata a graduali movimenti crescenti e decrescenti, con regolate fasi di arretramento e simultaneo avvicinamento.

Il progetto spaziale si basa sulla moltiplicazione dinamica di fori di diametro variabile che determinano la percezione ritmica di luci e ombre, passando dall’uso della tela a quello della plastica: leggeri fogli di acetato, sovrapposti e perforati con una fustella.

Il valore della trasparenza dialoga con l’ambiguità delle sfasature conferendo alla superficie minime alterazioni del rigore costruttivo, interferenze con il senso di velata sospensione dell’immagine.

Il registro numerico si apre agli accadimenti del caso, accoglie le intermittenze tra il visibile e l’invisibile per rivelare le sfumature dell’infinito, il divenire di uno spazio indeterminato.

Al canone modulare si sostituisce un campo di vibrazioni che sfugge alla dominanza del pensiero logico per avventurarsi nella dimensione incalcolabile dello spazio proteso oltre i confini, luogo dinamico che cresce nell’invenzione del proprio inarrestabile fluire.

È chiaro che al centro di quest’operazione apparentemente meccanica sta l’esigenza di attivare un divenire percettivo illimitato, un processo interminabile vissuto con l’urgenza di verificare la qualità conoscitiva della modulazione visiva, in quanto per Dadamaino l’arte serve a far pensare, non tanto a lusingare i sensi dell’osservatore.

Analoga tensione conoscitiva sostiene le successive scelte operative legate ad altri materiali, all’uso della plastica si alterna al plexiglas e al rhodoid, più idonei a esprimere il valore tattile dei Rilievi , leggero e ritmico sollevarsi della superficie con lembi perlopiù rettangolari.

Va nel contempo tenuto conto che Dadamaino condivide con Manzoni e Castellani l’esperienza decisiva di Azimuth e partecipa nel 1962 al movimento internazionale Nuova Tendenza sviluppando le idee dell’Arte Programmata, soprattutto la necessità di rendere l’opera aperta all’azione partecipativa dello spettatore.

Persiste in questa fase di riflessione la sottile modulazione luminosa che trasforma l’assetto geometrico nel mutevole percorso di segni vissuti come battiti istantanei che si propagano nella vastità del vuoto, impercettibili respiri sospesi tra il reale e il virtuale.

Anche nei Rilievi modulari a scaglie lo sguardo oscilla tra razionalità ed emozione, attirando l’attenzione negli interstizi e nelle asperità che prendono possesso dello spazio con aggetti e risonanze plastiche.

Si tratta di mutazioni legate alle diverse temperature del gesto, alle imprevedibili tensioni immaginative provocate dall’esperienza del fare, energie differenti rispetto all’idea progettuale di base.

Con gli Oggetti ottico-dinamici del 1961-62 Dadamaino affronta un’indagine fenomenologica di tipo optical dove la strutturazione geometrica è sospinta oltre l’estremo rigore ortogonale, verso una successiva mutazione, pur nella continuità con le fasi precedenti.

In questo periodo di ardore sperimentale entrano in gioco materiali metallici come l’alluminio fresato, materia legata all’interesse per le instabili sensazioni fisiche generate dalle vibrazioni dei volumi. Esempio di questa accentuazione ottico-dinamica è la Spirale rotante (1962), un oggetto cilindrico fatto di lamelle di plexiglas e illuminato da un neon posto alla base, una colonna scintillante che Dadamaino realizza per captare l’infinito movimento della luce, immagine sfuggente che affiora nell’oscurità suscitando disorientamento.

Il passo successivo comporta la libera articolazione dell’instabilità come campo di possibilità che trasforma gli elementi costruttivi degli Oggetti cinetici (1966) in strumenti di fluida emanazione luminosa.

Nella serie parallela dei Componibili il ruolo dello spettatore è indispensabile per verificare l’identità modificabile dell’opera attraverso un gioco compositivo che sfugge alle regole per inventare percorsi di lettura imprevedibili, traiettorie che ridefiniscono la visione come campo attivo.

Nella seconda metà degli anni Sessanta si delinea un ritrovato desiderio di pittura come Ricerca del colore , in tal senso Dadamaino adotta l’acrilico per esplorare le permutazioni della luce attraverso gradazioni idonee a indagare diverse misurazioni cromo-dinamiche. Basata sulla numerazione ritmica dei quozienti di colore-luce, questa fase di ricerca accresce la coscienza critica di fronte alla complessa fenomenologia del “vedere”.

Nuovi livelli di consapevolezza si sviluppano soprattutto quando le variazioni morfologiche sfuggono ai paradigmi scientifici affidandosi a sfumature e affioramenti, dissolvenze e sospensioni, senza mai escludere la propensione a mettere in dubbio le proprie certezze.

Non a caso, Dadamaino usa il potenziale logico del metodo cromatico per sconfinare verso l’imponderabile visione del vuoto, ben sapendo che lo studio scientifico del colore è un mezzo per interrogare l’ignoto.

Con i Fluorescenti (1969) la visione cromatica è animata da fluenti strisce di carta di diversa lunghezza, trasmutazioni plastiche che vibrano su un fondo monocromo avvolto dalla luce di Wood.

Con quest’operazione ambientale Dadamaino sollecita lo spettatore a confrontarsi con la dimensione fluorescente del visibile, possibilità di entrare in sintonia con il flusso sinestetico del colore cinetico.

La ricerca prosegue con nuovi processi ritmici e altrettante metamorfosi tra colori primari e poliedrici orientamenti, infatti i “rilievi” assumono ulteriori meccanismi costruttivi, mutevoli scatti aggettanti, sensibili variazioni modulari, geometriche articolazioni in campo monocromo. In seguito, questa metodologia lascia il passo a un tipo di scrittura a mano libera con cui Dadamaino abbandona il controllo ossessivo dell’atto esecutivo affidandosi alle immediate possibilità di alterare la fissità del progetto programmatico.

Il ciclo denominato “Inconscio razionale” (1975-76) è costituito da pagine punteggiate da sottili segmenti intermittenti, incroci lineari, affioramenti di una scrittura della mente che oscilla tra schemi ortogonali e intersecazioni trasversali. La visione è una trama instabile dove i segni dell’inconscio agiscono tra superficie e profondità, desiderio di captare l’impercettibile fluire delle linee nel divenire continuo dello spazio, talvolta definito da tratti più marcati e in altri casi sospinto verso le zone dell’impercettibile. Tutto dipende dalle dinamiche esecutive, dalla maggiore o minore pressione manuale, strettamente congiunta alle variazioni della pura sensibilità grafica, ogni volta sottoposta alla variazione ritmica dei reticoli segnici.

Scaturite dai medesimi impulsi sono le “Lettere” (1976)che Dadamaino traccia intervenendo su un velo di sabbia, come per imprimere umori soggettivi sulla tabula rasa della memoria, rivelando la dimensione effimera del tempo, tanto più umano quanto più segnato dai drammatici e dolorosi eventi della storia.

Il trattamento grafico-strutturale si rafforza nelle opere a china su carta dove anche i segni più indecifrabili sviluppano il muto divenire di un “Alfabeto della mente”, silenziosa registrazione di atti esecutivi che si ripetono nel silenzio senza tempo del vuoto.

L’intenzione è di comunicare null’altro che la presenza attiva del pensiero creativo, vibrazione essenziale che vive e respira sul filo di perimetri misurati con il parametro dell’assenza, esercizio di scrittura che esplora l’evento del suo farsi e del suo dissolversi.

Alle diverse possibilità comunicative di questo libero alfabeto immaginativo l’artista si dedica dal 1976 al 1979, un intenso periodo di ricerca di variazioni dello stesso irremovibile modulo grafico.

Quasi in parallelo, si affacciano i “Fatti della vita” (1980), superfici e volumi congiunti nella medesima tensione percettiva, innumerevoli chine su carta e su tela, frammenti emozionali vissuti come segmenti di pensiero allo stato puro, tragitti mentali proiettati oltre sè stessi.

Le opere oscillano tra la dimensione del privato e la sfera universale della storia, in bilico tra narrazione individuale e amplificazione collettiva, indagine sul senso della vita come dimora della conoscenza intuitiva. Senz’altra finalità che quella di sovrapporre diversi livelli di lettura dei fogli su cui sono registrati i sogni quotidiani del visibile, come un ininterrotto diario dell’esistenza.

La disposizione mutevole dei segni richiede una partecipazione immersiva all’evento dell’opera, al suo flusso avvolgente che solo in alcuni casi concede pause e intermezzi, mentre più forte è la richiesta di concentrarsi sull’ampiezza mentale del vuoto, sui suoi punti dilatati.

Nuove latitudini di sensibilità segnica si avvertono nel ciclo delle “Costellazioni” (1981-1987), immagini lievi e persistenti, ondulazioni lineari e flussi puntiformi che Dadamaino dispone sulla carta o sulla tela, secondo differenti magnetismi.

La metafora della “costellazione” allude senza dubbio all’estensione cosmica del puro spazio mentale, eppure la tensione sensoriale del segno non viene mai meno, anzi rinnova l’andamento disseminato di energie appena percepibili, forme velate come nebulose di colore-luce.

Miriadi di segni brulicano migrando da una superficie all’altra con brevi vortici, minimi addensamenti, pulsazioni e battiti vitali, segrete corrispondenze tra tempo concettuale e tempo reale. Mai dimenticando che l’equilibrio tra misura razionale e pulsione dell’inconscio deve sempre ricondursi al movimento della fantasia, fondamentale per inventare un mondo di relazioni tra segno e superficie.

Analogo processo immaginativo sostiene la successiva fase denominata “Passo dopo passo”, con la differenza che ora tutto si svolge su un velo di polyestero, plastica trasparente su cui Dadamaino interviene con segni mordenti, tracciati con andamenti verticali che travalicano la superficie sciamando nella luce del vuoto.

Di nuovo, è il movimento espansivo della vita a guidare l’avventura del segno cromatico verso esiti di aereo dinamismo, proliferazione di palpiti inafferrabili, visione che si dirama oltre i perimetri stabiliti.

Il quotidiano esercizio del fare trova la sua mirabile sintesi espressiva ne “Il movimento delle cose” (1990), un’opera di grande respiro dove sono emblematicamente racchiuse le fonti conoscitive e immaginative che nutrono le molteplici esperienze che l’artista ha attraversato per inventare il suo originale linguaggio.

La concettualità del fare pittorico si spinge verso la soglia illimitata dell’infinito, ma si tratta uno sconfinamento misurato sui minimi slittamenti del segno, sulla ripetizione differente del gesto, sempre in sintonia con i perimetri della memoria. E questo avviene con un senso di meditazione che Dadamaino non ha mai escluso nel suo viaggio oltre i confini della coscienza, alimentando la ricerca del tempo interiore come risonanza estetica della coerenza etica.

Proprio per questo, ripercorrere le fasi della sua straordinaria avventura creativa significa attraversare tutte declinazioni del segno che hanno poeticamente generato un’arte pervasa da tracce mute e brividi di silenzio, percorsi impercettibili sospesi tra progetto e utopia che segnano senza sosta il divenire della vita protesa verso l’altrove.