La materia e la forma dell’idea
Una mostra e un libro dedicato a Vincenzo di Giosaffatte

di Carlo Fabrizio Carli Nuova Meta - Numero 40



 

Vincenzo Di Giosaffatte: la vocazione della ceramica

Alberto Savinio insisteva sulla necessità della memoria; sul dovere di reagire all’impietosa erosione che, con silenziosa disaffezione, mira ad affievolire i ricordi, anche di vicende prossime alle nostre. Molti sono, in particolare, i torti e le smemoratezze, relativi al nostro pur cronologicamente vicino ‘900, che vanno risarciti. Questa mostra dedicata a Vincenzo Di Giosaffatte (1935-2006), e il catalogo che l’accompagna, appartengono al novero di tali doverosi tributi di riconoscenza.

Di Giosaffatte è stato, nel trentennio che intercorre dal 1975 agli albori del nuovo secolo, tanto sul piano propriamente creativo che su quello dell’influenza didattica, una presenza imprescindibile della ceramica italiana. Precisando subito: della scultura ceramica, perché la dignità del materiale e delle tecniche relative va, al suo riguardo, rivendicata con esplicitezza.

Talvolta la ceramica si fa ancora portatrice di un certo quale sospetto di ancillarità, quasi stentasse a scuotersi di dosso l’eredità, da una parte, dell’oggettistica d’uso; dall’altra di una modellazione estemporanea. Si tratta, naturalmente, di un pregiudizio: presso ceti colti e informati, il confronto sulla dignità estetica del materiale figulino è risolto da tempo, in modo affermativo e perentorio. Un pregiudizio, dunque, ma di quelli duri a morire; e che erano particolarmente tenaci nel tempo in cui Di Giosaffatte cominciava la sua attività. Quanto ci volle, poniamo, perché le straordinarie bottiglie di Serafino Mattucci (un Maestro dallo sguardo esercitato: fu lui infatti a volere il Nostro nella sua squadra di docenti nella Scuola di Castelli) fossero comprese da tutti per quello che effettivamente sono, ovvero raffinate sculture, ammirate da Giò Ponti e da molti altri critici, studiosi, collezionisti?

E, se è pur vero che all’occhio dell’intenditore appare quale privilegio impagabile la liberissima duttilità della terra; la capacità, insomma, di fissare la prima impronta di una certa ideazione plastica, un po’ come accade al disegno, tanto sul versante pittorico, che, a ben vedere, su quello scultoreo, ciò non basta a dissipare sempre inveterati luoghi comuni. Sia sufficiente accennare appena al ruolo fondamentale che la terra ha rivestito nel processo creativo di scultori tra i maggiori del ‘900, da un Arturo Martini a un Lucio Fontana – tanto per fare dei nomi di vastissima notorietà – da un Fausto Melotti a un Leoncillo, da un Nanni Valentini a un Giacinto Cerone, quest’ultimo trascorso come una meteora.

Ma non è neppure lecito trascurare le straordinarie valenze simboliche della terra plasmata; linguaggi – poco importa, ci ha insegnato René Guenon, quanto consapevolmente interpretati (valga per tutti il puro simbolo della croce) – che, grazie ai segreti delle cotture, all’insospettabile iridescenza di smalti e lustri, alle imprevedibili venature del craquelé, rinviano, con pregnanza evocativa, tanto al gesto creazionale divino, che al laboratorio dell’alchimista. A ben vedere, non è poi forse senza significato, riguardo a quanto appena detto, il rilievo che nell’opera del nostro artista assume il tema sacro (La colonna della Passione, 1996;Natività, 2000; Giubileo 2000); non mera condiscendenza verso una committenza cospicua, ma sentita adesione alla dimensione della trascendenza.

Sono convinto che questa premessa sia necessaria per accostare in modo adeguato il lungo itinerario operativo di Di Giosaffatte, che risale nelle sue prove d’esordio nientemeno che all’estremo scorcio degli anni Cinquanta. Itinerario che ha costantemente coinvolto un’appassionata attività di promozione culturale. Sia sufficiente pensare al rilievo progressivamente assunto dalla Raccolta internazionale di Arte Ceramica Contemporanea di cui egli fu il principale ideatore e promotore, e che oggi costituisce, accanto alla collezione civica di testimonianze del celebre Istoriato sei e settecentesco, una componente essenziale del polo ceramico castellano e delle sue finalità didattiche. Queste ultime culminate in particolare nella lunga direzione dell’Istituto Statale d’Arte della sua città d’adozione Castelli, grazie anche al suo apporto, annoverata tra le capitali italiane della ceramica.

Più volte chi scrive ha ascoltato antichi allievi, fattisi ormai essi pure artisti autonomi e affermati, rammentare con gratitudine il ruolo fondamentale, in quanto a rispetto delle personalità degli studenti, ad apertura intellettuale e al sostegno concreto esercitato su di essi in passato dal docente/artista. Percorso, tanto creativo che didattico, in cui, senza tuttavia sottrarsi al confronto e alla pratica di un artigianato di qualità, ha potuto trovar posto l’attenzione per la capitale lezione del Bauhaus gropiusiano. Ecco quindi l’interesse di Di Giosaffatte per il design e l’architettura, quest’ultimo alimentato dall’assidua frequentazione da parte del giovane studente del Magistero d’Arte di Porta Romana (dove avrebbe seguito l’indirizzo di Arte dell’arredamento), di importanti studi fiorentini di architettura, come quelli di Enzo Gori, di Cetica e Raspollini. Alla ricerca di sbocchi, anche produttivi ed economici, della ceramica, Di Giosaffatte fu sempre, anche da docente, interessato alla tematica dell’inserimento della ceramica nel contesto architettonico, come dimostrano anche l’omonima mostra e il relativo catalogo, promossi dalla Scuola nel 2000.

Pur non avendo trascurato, nella sua vita d’artista, di servirsi di altri materiali, l’ambito privilegiato di espressività del Maestro castellano, si conferma dunque quello della ceramica e, per maggior esattezza, del semirefrattario e del grés ceramico, materiale di cui egli apprezzava in particolare due qualità, la “duttile plasticità” e la capacità di restituzione del colore”. Si deve in particolare a Di Giosaffatte, innanzitutto per il suo personalissimo apporto creativo, ma anche per l’instancabile opera di promozione, se un trentennio addietro ebbe a costituirsi un gruppo davvero autorevole di scultori ceramici – Roberto Bentini, Fausto Cheng, Giorgio Saturni, Giancarlo Sciannella, e appunto Vincenzo Di Giosaffatte – impegnati, con un linguaggio tutto contemporaneo, a rilanciare l’insigne tradizione castellana. L’obbiettivo era quello di sottrarsi alla scontata ripetizione del celebreIstoriato, nel quale, in altre epoche, eccelsero le dinastie dei Grue, dei Gentile, dei Pompei, dei Fuina, ma che risulta ormai quasi destituito di motivazioni che non siano strettamente commerciali (e anche queste indebolite). Purtroppo dopo una mostra significativa comeArtetempo(1987), il sodalizio si allentò e ciascun artista finì per proseguire da solo per la sua strada. Eppure quell’ormai lontana esperienza resta a testimoniare non soltanto di un’intelligente operazione culturale, ma altresì di un metodo lungimirante di affrontare il futuro di Castelli e della sua produzione ceramica; avvenire reso ancora più problematico dai ben noti, devastanti eventi sismici.

Del linguaggio e delle scelte culturali assunte da Di Giosaffatte, come pure dei risultati da lui conseguiti, tratta con grande competenza Claudio Cerritelli in questo stesso volume. Io mi limiterò a ricordare come il lessico neoinformale in cui Di Giosaffatte si è riconosciuto, facendo proprie le estreme pulsioni romantiche e drammatiche in quello contenute e riversandovi le risorse di un raffinato mestiere figulino, si distingua per svariati caratteri peculiari.

In particolare, l’aniconicità di un operare tutto concentrato sulle valenze tattili della materia, è parzialmente contraddetta o, meglio, in certo qual modo, bilanciata, dai ben noti Profili umani che, dell’intero operare del nostro artista, da quando cominciò a farvi sistematico ricorso, nei primi anni Ottanta, hanno assunto il significato di una vera e propria cifra stilistica.

Sia che si voglia leggere in essi, com’è stato ipotizzato (spettò, se non sbaglio, a Luigi Lambertini proporre per primo questa coinvolgente affinità), un’eco delle Amalasunte e degli Angeli ribelli liciniani; ovvero interpretino reminiscenze delle celebri piastrelle del soffitto di San Donato, inesauribile serbatoio dell’immaginario castellano, spetta comunque a loro – volti, via via, divaganti o smarriti, angelici o disincantati, lievi come farfalle, ovvero incorporati nella spessa materia dell’intervento ceramico – introdurre nelle elaborate composizioni di Di Giosaffatte la dimensione della figuralità e dell’elemento fantastico, del dato narrativo e di quello ludico (Incontro solare, 1993).

Tali motivi più distesi possono anche assumere valenza fortemente totemica, consista questa nella forma cilindrica delle colonne, ovvero in stele rettangolari cuspidate: Colonna degli incontri, 1986; Scrutatori, 1990; Aspirazione corale, 1990; Incontro per la vita, 1995;Intanto con noi, 1994; Polittico, 2004, Trittico, 2004, etc. Volendo, in Attrazione 2, un pannello del 2004, si potrebbe anche rintracciare un’assonanza con i mandala tibetani, peraltro ampiamente presenti nei nostri scenari visivi. Articolazioni di un lavoro che si è andato elaborando nel corso degli anni (e dei decenni) con incontestabile coerenza e continuità interna (mi limito a ricordare la chinaAspirazionedel 1967, che sembra farsi ispiratrice del pannelloMusicaledi un trentennio posteriore), guidato da una tensione immaginativa che ha fatto di Di Giosaffatte – insisto a costo di ripetermi - una delle personalità più originali e autorevoli dell’operatività ceramica nell’Italia contemporanea.