Visioni in assetto variabile
Intorno alla pittura di Marco Grimaldi

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

Le opere scelte da Marco Grimaldi per questa esposizione rispondono a due differenti movimenti dello sguardo, l’uno disseminato in molteplici punti focali, l’altro inquadrato in una griglia rigorosa e affermativa. Entrambi possono essere considerati modi contrapposti di far affiorare il volto fantasmatico della pittura, ambivalenze della medesima inquietudine spaziale che evoca lo stato di perdita dei sensi e la loro ricomposizione in uno schermo che determina l’atto stesso del guardare.

Dalla vaporizzazione atmosferica delle forme si passa alla loro massima concentrazione, questione dominante nell’attuale orientamento che Grimaldi segue approfondendo il rapporto tra ciò che si vede e ciò che si immagina di vedere, tra la tangibilità dei nuclei figurali e il loro possibile sconfinamento spaziale. All’interno di questa oscillazione, l’instabilità armonica delle molteplici unità pittoriche disorienta lo sguardo, mentre –all’opposto- prevale lo spostamento delle forme dal centro ai bordi delle singole tele, talvolta vuote e silenti come pause necessarie alla percezione equilibrata dell’insieme. Da questa duplice ottica espositiva, emerge un senso di illimitata sospensione che Grimaldi interroga per sollecitare la soglia dell’invisibile senza perdere i rapporti con il visibile, anzi accrescendo la coscienza che non può esservi spazio immaginativo se non in relazione al continuo e mutevole rivelarsi della luce negli stati d’ombra della memoria. Il processo cromatico segue tempi concatenati: apparire, svanire, di nuovo apparire, dissolversi, riconquistare il baricentro compositivo fino a sconfinare dai margini per annullare le coordinate spazio-temporali. E tutto deve accadere in modo che il velo diafano della pittura non si esaurisca e non si conceda mai completamente alle attese del lettore. L’esperienza dei sensi si apre a dismisura verso sensazioni insondabili, verso dubbi che nascono da certezze e certezze che mettono in dubbio i loro fondamenti apparenti, soprattutto quelli che portano allo scoperto ciò che sta sotto l’epidermide inquieta del colore. Nella prima installazione il movente immaginativo nasce dalla percezione immediata di fonti di luce artificiale che Grimaldi osserva lentamente, registra interiormente e filtra come bagliori corporei che pulsano nel buio, fattori di sorpresa da cui scaturisce l’emanazione del colore in sé.

In questo stato di allucinato abbandono nascono sentori indistinti legati alle permutazioni della forma, alle trasparenze che trapelano nell’oscurità, istanti irripetibili che il gesto pittorico elabora sfocando l’immagine in vista di altre dimensioni possibili. Satelliti in attesa, così Grimaldi definisce i molteplici modi di vedere la luce come memoria di forme rivelate, pulsazioni sferiche che galleggiano nel vuoto siderale con differenti formati, ad altezze diverse, disposte sulla parete con intervalli variabili. Tra una pausa e l’altra affiorano alcuni ‘siluri di luce’, citazioni di opere precedenti che intendevano risvegliare i torpori della mente, calibrate interferenze morfologiche con la fluida animazione del campo pittorico. Essi infrangono il ritmo espansivo dei satelliti con fasci cangianti, tensioni strutturali antagoniste rispetto alle bolle luminose che vagano in cerca di respiri cosmici. Per creare quest’atmosfera dilatata e soffusa, Grimaldi usa colori freddi su base grigia, minimi baluginii del verde, stralunati pallori del rosa, sottesi chiarori del giallo, lontane risonanze del viola, lievi riverberi d’ocra. Tutto diventa rarefatto, annebbiato, ovattato, eterea risonanza di luce che s’interpone tra le forme lasciando intravvedere il trasmutare del colore che scolora, impedendo allo sguardo di distinguere l’immagine come identità definibile.

Questa è la condizione misteriosa che Grimaldi vela e rivela attraverso il nebuloso trattamento del colore, mettendo e togliendo materia fino a raggiungere quell’opaca trasparenza che accoglie ogni vertigine dei sensi.

L’istallazione è composta da tele quadrate (50x50) e rettangolari (50x70) ma anche da formati minori che nell’insieme spingono la misura dello spazio verso un’altezza di circa 3 metri e un’ampiezza calcolata più del doppio, in relazione intuitiva con l’ambiente espositivo Questi dati orientativi suggeriscono la tensione dinamica dei fuochi cromatici che si diversificano ulteriormente attraverso le differenti profondità dei telai, con tracce pittoriche che coinvolgono i bordi, talvolta in modo uniforme, in altri casi lasciando che il colore si rapprenda in modo irregolare e informe. Per Grimaldi la percezione ambientale non ha regole dogmatiche, serve a valorizzare il quoziente sperimentale del fare pittura, le fluide connessioni tra l’interno e l’esterno, le valenze emozionali del pensare per visioni globali, in quanto l’essenza del colore non evoca una sola dimensione ma transita senza restrizioni dal figurale all’astratto.

Sul fronte opposto s’impone la seconda istallazione, otto tele di uguale misura (120x120) disposte su due livelli, otto sudari sacrali, icone evanescenti pervase di luce rivelante, con due pause rispetto alla sequenza di morfologie magnetiche trasformate in essenze fantasmatiche.

La superficie è attraversata da linee orizzontali e parallele, fili che determinano vibrazioni in relazione alle forme modellate col pennello, a più riprese cancellate, dilavate, di nuovo trasfigurate fino al punto estremo della loro dissolvenza, pura rarefazione del colore autoreferenziale.

Anche in questo caso, Grimaldi esalta l’impalpabile segretezza della luce, la sensazione che i nuclei figurali siano sempre in procinto di smaterializzarsi nell’indistinto affiorare dei palpiti cromatici.

Forse per questo non trascurabile motivo, le immagini sono sempre in assetto variabile, si sfaldano e si ricompongono attraverso la dilatazione dei bordi, i contorni svaniscono ma non spariscono del tutto, alludono all’informe senza mai cedere alle suggestioni dell’informale.

A questo punto, la pittura seduce lo sguardo e lo rende partecipe di un mondo che aleggia nell’indeterminata sfera del possibile, un mondo trasfigurato dall’evento stesso del dipingere, un mondo in cui diverse bramosie si fondono in un’unica misteriosa visione, un mondo che non solo il lettore non ha mai visto prima, ma che anche l’artista non ha mai immaginato che potesse esistere prima di dipingerlo.

 

Courtesy Ignazio Campagna, Museo Enrico Butti, Viggiù (Varese), mostra ottobre-novembre 2018