Finissage Manifesta 12 Palermo
Riflettendo sulla biennale itinerante d’arte contemporanea

di Raffaella Pulejo Nuova Meta - Numero 40



 

La biennale itinerante d’arte e cultura contemporanea Manifesta 12 Palermo si è chiusa il 4 novembre, registrando 483.712 visitatori in 5 mesi di apertura al pubblico. La dodicesima edizione della biennale è stata curata da un team interdisciplinare composto da Bregtje van der Haak, giornalista e filmmaker olandese; Andrés Jaque, architetto e professore spagnolo; Ippolito Pestellini Laparelli, partner dello studio di architettura di Rotterdam OMA; e Mirjam Varadinis, curatrice alla Kunsthaus Zurich.

 

I 145 giorni di Manifesta 12 a Palermo, appaiono schiacciati tra due eventi drammatici coincidenti con l’opening del 6 giugno e con il finissage del 4 novembre. L’ottimismo contenuto nello spirito del titolo Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza, con il suo duplice rimando ai temi dell’ambiente e dell’accoglienza, si è schiantato in esordio contro la svolta autoritaria e il cinismo politico inaugurato dal neo Ministro degli Interni Matteo Salvini il quale, all’inizio di giugno, impedisce l’attracco della nave Aquarius con 629 persone in fuga dalle coste libiche ai porti italiani, inclusa Palermo che pure era stata dichiarata disponibile all’accoglienza dal sindaco Leoluca Orlando; e, a conclusione della manifestazione in novembre, dalla “tempesta perfetta” che si abbatte sull’Italia e sulla Sicilia, provocando solo nell’area di Palermo più di 10 vittime, alcune delle quali uccise dall’abusivismo edilizio che non ha retto alla violenza dei fenomeni meteorologici inferociti dal riscaldamento globale. La pagina web di Manifesta, dopo l’elenco dei numeri tutti in attivo del pubblico e del successo turistico della manifestazione, si chiude con un fotogramma nero e con le condoglianze alle famiglie delle vittime.1

Vorrei partire da questo quadrato nero, con alcune considerazioni che non hanno tanto a che fare con lo specifico delle opere esposte, ampiamente documentate nei 2200 articoli usciti sulla stampa relativi alla mostra e ai 71 eventi collaterali, quanto piuttosto con la relazione tra arte e politica. Una relazione che esplicitamente Manifesta, la Biennale nomade, richiama sin da quando nasce nel 1993 all’indomani della caduta del muro di Berlino con lo scopo di ridisegnare i confini europei nelle nuove dinamiche del mondo globalizzato attraverso progetti site-specific in diversi territori, caratterizzati da uno stretto rapporto tra arte e società. Una impostazione che nelle dichiarazioni del team curatoriale nelle prossime edizioni sarà accentuato e “si concentrerà sulla propria evoluzione da autorevole biennale d’arte contemporanea a piattaforma europea interdisciplinare volta a esplorare e catalizzare un cambiamento sociale positivo in Europa attraverso la cultura contemporanea.2

L’Amministrazione di Palermo ha presentato la sua candidatura per ospitare la manifestazione secondo un protocollo specifico che Manifesta, attraverso la sua Fondazione (IFM), istituisce con i territori partner, i quali si impegnano a sostenere economicamente l’evento, anche con il supporto di altri sponsor. E se l’evento a molti è apparso come calato dall’alto nella tipica forma del colonialismo economico e di potere dell’Europa di Mastricht (guarda caso anch’essa in Olanda!), va pure detto, come sottolinea la Direttrice di Manifesta Hedwig Fijen nell’introduzione di Palermo Atlas che raccoglie lo studio preliminare sul territorio curato dallo studio OMA, che è Manifesta ad aver accettato l’offerta del sindaco e del Comune di Palermo.3 Nel caso di Palermo il Comune da solo ha investito nell’impresa 4 milioni e 600.000 euro. E sottolineo “investito”, includendo Manifesta nella più estesa serie di eventi di Palermo capitale della cultura 2018, manifestazione per la quale il Comune di Palermo ha ricevuto a sua volta finanziamenti e sponsorizzazioni. Al di là del giudizio critico su Manifesta, io penso che Leoluca Orlando abbia fatto una scelta coraggiosa e in fin dei conti redditizia, perché da qualche parte bisogna pur cominciare ad aprire prospettive per un territorio che deve la sua notorietà alla storia e alle vestigia del passato e alla tragedia criminale del presente. Un presente che nella realtà, e proprio attraverso i fatti citati all’inizio di questo scritto, assedia la battaglia per un cambiamento così fortemente espressa da Orlando.

Nel caso di Manifesta 12 Palermo, come già, nell’ultima edizione di Documenta Atene/Kassel 2017, la realtà sociale grida troppo forte perché la riflessione artistica proposta nella macchina - biennale, una macchina funzionale ai meccanismi economici del capitalismo globalizzato in grado di metabolizzare e disinnescare qualunque “virus” di contrasto al sistema, possa porsi in modo dialettico con la realtà stessa. E nell’intero progetto di Manifesta per quanto centrale sia la mostra, anche per investimenti (gran parte delle opere sono appositamente prodotte), l’attività di studio, ricerca e public programs che ne ha occupato l’intera durata, a me sembra la parte più meritevole. Questa è forse la sezione che muove un minor numero di persone e per lo più di addetti ai lavori, ma offre possibilità di pensare ai temi proposti in gruppi di confronto che evidentemente coinvolgono in gran parte soggetti locali, e non riguardano i flussi turistici. I Public programs si sono occupati in giugno con Borderless di mobilità internazionale, approfondendo argomenti quali la migrazione, status di rifugiato, identità libertà di movimento e sua negazione, attraverso prospettive artistiche, teoriche, politiche e di attivismo. A settembre nel segmento Accountable Networks si sono affrontati i temi delle tradizionali strutture di potere basate sugli stati-nazione, in rapporto con la condizione fluida contemporanea dominata da interessi privati trans-nazionali e intelligenze algoritmiche. A novembre Interspecies riflette su quei soggetti non umani - animali, piante, ambiente e regno minerale - che condividono il mondo con gli uomini, alla luce della teoria del Giardino planetario di Gilles Clément. Un tessuto di ricerca sul quale è stato seminato, e che non mi sembra sia paragonabile al rapporto istituito per esempio da Documenta nella sede di Atene nel 2017.

Io credo che Manifesta 12 vada valutata in questo spettro più ampio e che i limiti della sua parte espositiva, mettano in moto processi propositivi per il futuro. Infatti per quanto pervasivo in città sia lo spazio dedicato agli interventi artistici, dal centro storico al quartiere Zen, l’effetto è quello di una struttura espositiva che non intacca una realtà che nella sua sostanza si sottrae allo sguardo, un segreto del luogo che solo per qualche mese sta al gioco di dissimulazione nella “coesistenza” evocata dal titolo della manifestazione. A tutto vantaggio dell’industria turistica e di un pubblico affascinato dal colore del tessuto sociale e dal suo terrificante connubio di splendori e di orrori. Se c’era un elevato rischio da sconfiggere a Palermo era la minaccia stordente dell’ “esotico”, e nell’ esotico è scivolata gran parte delle performance dei giorni dell’inaugurazione, modulate nello stile dei riti della festa di Santa Rosalia, che cadeva proprio nei giorni della biennale. Come nel caso del lavoro di Matilde Cassani (Tutto, 2018) espressamente pensato per l’incrocio dei Quattro Canti, punto nodale della processione di Santa Rosalia appunto, con fuochi d’artificio diurni ed esplosioni di messaggi/coriandoli colorati dall’alto; o la performance e video installazione di Mariella Senatore (Palermo Procession, 2018) dove la danza e il “camminare insieme” sono modi di riconnettere una trama di relazioni sociali; o ancora la performance di Jelili Atiku (Festino della Terra. Alaraagbo XIII, 2018) in cui al tema della processione con i frutti della terra si innesta quello delle migrazioni. Queste peraltro sono le performance più fotografate, sino a divenire l’emblema della manifestazione che assume la forma “processione” come figura antropologica tipica della cultura siciliana.

Nelle processioni-performance l’intensità dei riti popolari si traduce in un avatar che di sacro conserva il simulacro, spostando nel cerchio magico dello spettacolo e nella rassicurante certezza della sua finzione, tutta l’attenzione. Lo scivolamento dal “politico” all’ “antropologico” è forse il passo falso più frequente nelle recenti manifestazioni dell’arte improntate a un approccio di metodo postcoloniale. E il passo dall’antropologia e dai riti “senza tempo” trasversali a culture lontane, all’esotico, si rivela davvero breve, come è stato a Palermo.

La contraddizione è emersa subito e in molti hanno criticato in primo luogo l’effetto modesto delle opere rispetto alla potenza della città, gli allestimenti deboli nei palazzi nobiliari per la prima volta riaperti al pubblico che sembravano schiacciare qualunque cosa vi fosse esposta; in secondo luogo il paternalismo ideologico con il quale la macchina organizzativa olandese si è instaurata in città in un’operazione culturale orchestrata dall’alto. Il consuntivo negativo si profila già nelle critiche delle prime settimane e si riassumono nella considerazione lapidaria a conclusione dell’articolo dell’antropologo palermitano Franco La Cecia : “Ha dato più Palermo a Manifesta che Manifesta a Palermo”.4 Io penso che il dare-avere potrà essere meglio valutato sulla lunga distanza e non a ridosso delle feste dell’inaugurazione, dove l’aspetto della comunicazione mediale e spettacolare prevale sui contenuti.

Il progetto espositivo del Giardino Planetario si snodava in tre sezioni diffuse su diverse sedi. Garden of Flows esplorava il modo naturale e la vita delle piante in relazione alle risorse del pianeta; Out of control room indagava il rapporto tra potere e reti invisibili; infine City on stage era focalizzata sul tessuto stratificato della città di Palermo. Tra le opere più in equilibrio con gli spazi nell’ Orto Botanico, sede di immediato rimando al tema del giardino planetario, è l’installazione di Leone Contini, Foreign Farmers (2018) che ha studiato le attività rurali intraprese dai migranti in diverse zone d’Italia e ha piantato i semi portati dai loro paesi di provenienza, “piccole e sicure capsule per il trasporto di informazioni genetiche in viaggio attraverso diverse geografie”. In Palazzo Butera due installazioni di segno opposto, quella immersiva del duo Fallen Fruit, Theatre of the sun, (2018) fatta di carta da parati e mappe che localizzano gli alberi di frutta commestibile nella città di Palermo, risorsa condivisa sparpagliata e trascurata negli spazi pubblici urbani; e il Giardino (2018) di Renato Leotta che riveste di maioliche di argilla cruda il pavimento di una sala registrando sulla superficie la caduta degli agrumi, come nel reale giardino esterno al palazzo.

Nella sezione Out of control il rapporto tra opere che in vario modo analizzano le dinamiche di potere e controllo attraverso le tecnologie delle reti, e i palazzi nobiliari in cui sono istallati è decisamente dissonante, benché a me sia piaciuta (forse perché in una sala al buio) l’installazione dei Forensic Oceanography,Liquid violence(2018), che indaga le forme di repressione e controllo sulle rotte delle imbarcazioni dei migranti e delle navi ONG nel mar Mediterraneo, trasformato in area di confine militarizzata.

Ho visitato Manifesta ad agosto, lontano dai giorni dell’inaugurazione, circostanza in cui effettivamente tutte le città sedi di eventi artistici internazionali, assumono un aspetto irreale, percorse dalla fiumana del pubblico del settore, eccitato e fiaccato da chilometri a piedi, party e incontri. In una condizione temporale più dilatata e in mezzo a una umanità di persone reali ed eterogenee, molte opere si guadagnavano il tempo necessario di assimilazione. Altre si fondavano su un tempo di fruizione possibile solo per un pubblico stanziale. Come il lavoro dei Masbedo (Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni),Videomobile (2018), consistente in un vecchio furgone trasformato in video-carro che indagava la storia di Palermo attraverso i luoghi del cinema, ma anche spazio mobile per le performance che sono state realizzate lungo tutto il periodo della biennale all’Archivio di Stato, all’Arena di Mondello, e sul Monte Pellegrino. L’ultima performance che ha avuto luogo il 25 ottobre daltitoloKite è tratta dal soggetto cinematografico inedito degli anni ’80 di Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra, di cui i Masbedo hanno comprato i diritti. La storia è quella di una tempesta che si scatena in un luogo indefinito, travolgendo un gruppo di bambini che gioca con gli aquiloni, e che i due artisti hanno ricreato al Teatro Garibaldi grazie all’interazione tra le atmosfere musicali realizzate da Davide Tomat e GUP Alcaro, musicisti torinesi fondatori di Superbudda, le riprese video filmate nei pressi dell’Etna e la percezione fisica (per chi c’era) ottenuta grazie a due ventilatori cinematografici di grandi dimensioni, posizionati sulla scena che si muovevano empaticamente con immagini e suoni.

In un corto circuito inverosimile tra arte e verità, qualche giorno dopo la tempesta sarebbe giunta davvero, quel luogo immaginario, prima di Antonioni e poi dei Masbedo, avrebbe preso il nome di Palermo e la forma di un quadrato nero nel web.

Note

1 Dopo la triste notizia delle morte di oltre 10 persone a Palermo e nei dintorni, esprimiamo le nostre più sentite condoglianze per le famiglie delle vittime del maltempo. [http://m12.manifesta.org/le-nostre-condoglianze-alle-famiglie-delle-vittime-del-maltempo-a-palermo/?lang=it] [consultato il 4 novembre 2018]

2 http://m12.manifesta.org/cose-manifesta/?lang=it [consultato il 4 novembre 2018]

3 “It was rather challenging to accept the offer of Mayor Leoluca Orlando and City Councillor for Culture Andrea Cusumano to host Manifesta 12 in Palermo. They specifically asked me if Manifesta could help create instruments for Palermo’s citizens to claim back their own city, which had been dominated by non-democratic forces for many decades, intoxicating the urban commons of Palermo.” Hedwijg Fijen, in Palermo Atlas, a cura di OMA - Ippolito Pestellini Laparelli, 2018

4 Franco La Cecia, Manifesta 12, Palermo: considerazioni di un nativo e antropologo, pubblicato sul blog il lavoro culturale della omonima Associazione legata all’Università di Siena. http://www.lavoroculturale.org/manifesta-12-palermo/ [consultato il 3 ottobre 2018]