Funzione sociale della scultura
La ricerca ambientale di Mauro Staccioli

di Claudio Cerritelli Nuova Meta - Numero 40



 

1. Tra le dichiarazioni di Mauro Staccioli una ha il dono di collegare con utopica fermezza le diverse fasi del suo processo ideativo, “la ricerca del segno come valore politico all’interno dell’arte”.

Questa indicazione – condivisa e perseguita da altri artisti della sua generazione- ha una rilevanza costante ed è strettamente connessa con la dimensione programmatica del progetto e, soprattutto, con “la pratica manuale propria dell’esecuzione”.

In quest’assunzione di responsabilità critica nei confronti dei modelli di comportamento estetico e sociale, Staccioli si concentra sull’esperienza insostituibile del fare come strumento per agire nel flusso dell’esistenza, portando la scultura a modificare lo spazio e a modificarsi in relazione alle sue componenti vitali, interessata a ciò che avviene dentro e intorno all’arte.

Immaginare un filo conduttore capace di rivelare la persistente attenzione verso il rapporto tra il pensare e il fare significa seguire le fasi in cui quest’ avvincente dialettica è emersa nel corso del tempo. Ciò è avvenuto con tutta la passione che Staccioli ha saputo infondere alla funzione sociale del lavoro artistico, verificabile in ogni scelta del suo percorso, in ogni modo di trasformare la percezione dei luoghi nella qualità del dinamismo ambientale. Si tratta di un impegno sostenuto dalla capacità di immaginare l’arte in una prospettiva collettiva, come attitudine a stimolare la sensibilità umana rispetto agli stereotipi spaziali, a superare la percezione passiva delle strutture ambientali prefigurando un’armonia delle loro diverse componenti.

Armonia significa mettere in relazione le forme della scultura con l’energia della natura, anche di quella natura capitalizzata e soverchiante che cancella i segni dell’uomo per puro profitto, rendendoli inerti e senza più anima.

La necessità più sentita da Staccioli sta nel recupero dell’immaginazione là dove essa è tradita e schiacciata dalle pratiche omologanti dei non-luoghi, pianificati e anonimi al punto da non consentire più la mobilità del pensiero.

Lo sforzo è quello di interpretare l’identità storica degli ambienti collettivi e di trasmutare la memoria antropologica del lavoro in nuove tracce di vitalità, in percorsi plastici vissuti come riflessioni dialettiche con il contesto in cui l’artista si trova ad agire, assumendosi la responsabilità delle forme costruite

In tal senso, l’arte come valore politico vuol dire credere al lavoro come sistema di azioni attraverso le quali l’opera è pensata, progettata e realizzata, mai relegando ai margini quelle conoscenze specifiche che permettono all’idea preliminare di farsi corpo fisico, oggetto tangibile, manufatto costruito a regola d’arte seguendo in prima persona tutte le fasi preordinate.

Nell’arco di tempo necessario a prendere in esame il luogo d’intervento, l’artista entra nel piacere fisico e mentale dell’ambiente, commisurando ad ogni vincolo preesistente la forza della scultura come estensione del visibile.

La tensione spaziale costruita da Staccioli è totale, non ammette separazioni all’interno del suo processo, nasce dalla conoscenza delle pratiche stratificate del lavoro sociale e si dilata verso una forte incidenza delle forme nel paesaggio. Si sviluppa –dunque- dentro e oltre le radici della storia, motiva le sue scelte sulla base del presente in atto, congiunge il sentire plastico alla capacità tecnica di stabilire la forma pienamente rispondente alla nuova visione dello spazio. Il che vuol dire che non vi è mai rischio formalistico, che la forma in sè stessa è ben poca cosa rispetto alla volontà di trasformare -attraverso di essa- le morfologie ambientali e i rapporti spaziali verificabili nella vita di tutti i giorni. L’osmosi tra forma costruita e spazio esistente comporta uno slancio che provoca una diversa sensorialità, con la conseguenza di allontanare le retoriche degli standard percettivi e di porre lo spettatore davanti ad un evento generatore di altri parametri di lettura.

In questo atteggiamento, inoltre, v’è un rispetto conoscitivo dei luoghi come soglie da attraversare, luoghi da interrogare lentamente, senza mortificarli con arroganze linguistiche, senza avere mai la pretesa di snaturare la loro identità. Anzi, la scultura diventa un linguaggio che rigenera l’ambiente producendo differenze, scarti, contrappunti, inventando ogni volta volumetrie inglobanti che esaltano la fisicità primaria dei materiali, il respiro delle solidità plastiche, i profili elementari portati al massimo della purezza.

 

2. Ferro e cemento sono i materiali che fin dagli anni Sessanta Staccioli ha utilizzato per erigere barriere di imponente presenza, muri dislocati come segmenti di tempo e di spazio, fortezze immaginarie da cui spuntano ferri appuntiti come reperti di edilizia arcaica. Talvolta le punte balzano quasi improvvise da volumi di cemento con l’aria di minacciare il vuoto circostante, esse esprimono una realtà emotiva che nasce dalla durezza categorica dei materiali che, nel loro penetrante sporgersi, sembrano affrancarsi dalla schiavitù della forma primaria che li sospinge dal finito all’infinito.

Le strutture di legno precostruite sostengono l’intonaco in cemento in modo talmente unitario che a occhio nudo si percepisce come un corpo totale, infatti, l’effetto di questo procedimento costruttivo è quello di ottenere un forte impatto, una relazione stringente tra spettatore e ambiente attraverso un potenziamento percettivo della forma che non stravolge mai la misura umana.

Questo carattere specifico si manifesta anche negli interventi, dove il gigantismo delle strutture potrebbe, a prima vista, dominare in modo spropositato gli eventi circostanti, ma – a ben vedere- si ottiene l’effetto contrario, perché la grande scultura coinvolge le proporzioni del reale offrendosi allo spettatore come una icona sospesa su grande scala.

Se, all’opposto, si guarda una piccola scultura, anche un modello di brevi dimensioni, si può avvicinare lo sguardo fino al punto di perdere il senso calcolabile delle misure, con la sensazione di osservare lo spazio in miniatura come se fosse dilatato, sorretto da un irradiarsi di energie minimali in rapporto con l’infinito.

Di là da questi meccanismi di lettura, peraltro necessari per accostare le opere di piccola e media dimensione scelte per questa mostra, ciò che prevale nel discorso di Staccioli è il desiderio di mantenere sempre il controllo delle relazioni spaziali presenti nelle varie situazioni cui va incontro.

Gli interventi degli anni Settanta e Ottanta sono fondamentali per comprendere quanto intensa sia la sperimentazione costruttiva che l’artista esercita pazientemente realizzando ipotesi concrete per migliorare il modo di vivere i luoghi, per modificare le energie che attraversano l’ambiente in ogni direzione. Non si può non ricordare gli interventi che hanno fatto dell’arte di Staccioli una delle esperienze più limpide e coerenti della scultura internazionale, consapevoli e innovativenel modo trasformare paesaggi e città in dimore dell’immaginazione totale. Forme geometriche e volumetrie primarie sono scandite secondo diverse ritmiche, non hanno altro scopo che quello di attivare la fantasia a diretto contatto con le memorie storiche della città, siano esse le mura etrusche o medievali, gli assetti antichi dell’architettura, le geologie dei paesaggi naturali, le forme della città contemporanea e ogni altro contesto morfologico.

Da Volterra (1972) a Parma (1973), da Vigevano (1977) a Mantova (1978), da Venezia (1978) a Gibellina (1979), da Londra (1982) a Tel Hai (1983), da Lione (1984) a Milano (1987), da Prato (1988) a Seoul (1988), fino a Kassel (1988) e ad Andorra (1991); in questi e altri interventi Staccioli ha sviluppato un pensiero in continua crescita, dove la scultura è un’estensione calcolata che interagisce con la storia stessa dei luoghi. Per ogni ipotesi di lavoro, Staccioli stabilisce una ricognizione specifica, si cimenta in vari studi propositivi, esplora le potenzialità delle prime idee sulla situazione che lo attende, studia l’equilibrio geometrico in rapporto al vuoto, sceglie metodologie e tempi di lavoro commisurati ai tempi umani di riflessione e di azione, ama seguire eseguire le fasi di lavoro direttamente sul posto, con una dedizione che garantisce precisione e compiutezza di risultati.

La forza dei segni rende acuta la problematica spaziale che lo scultore sollecita nel momento in cui calibra lo spazio con soluzioni d’instabilità percettiva, proprio per comunicare i dislivelli del reale, le contraddizioni insite nei luoghi, le apparenti minacce a cui lo spazio è sottoposto dall’anomalia calcolata delle forme, la cui lettura non può mai essere scontata.

La scultura pronuncia la sua lingua nel divenire dei ritmi interni ed esterni, si concentra e si dilata come un respiro totale che allude agli infiniti percorsi tra terra e cielo, tra materia e vuoto, tra ciò che può essere misurato e ciò che alla misura si sottrae come vertigine non ponderabile.

Una porzione di muro massiccio ha radici nel ventre della terra e si sporge con la sensazione di perdere stabilità, ma non v’è nulla che possa incrinare la tensione costruita a viso aperto tra il peso del vuoto e la leggerezza della costruzione. D’altro lato, un insieme di prismoidi sfaccettati abita lo spazio giocando sugli spostamenti reciproci delle superfici, come creature dislocate nel fluire del tempo, pensieri inquieti che cercano punti di ancoraggio tra luce e ombra, instabilità e fermezza, dilatazione e concentrazione.

 

3. Una problematica affrontata a partire dai primi anni Settanta è quella che riguarda l’impulso della disseminazione, la collocazione di forme in campo aperto secondo ritmi che evocano la misurazione logica dello spazio, ma che non sempre rispettano il progetto razionale, possono anche assumere orientamenti più complessi o, perlomeno, una compresenza di differenti relazioni tra i singoli elementi. Un criterio di disseminazione sperimentato in diverse situazioni è la costruzione di una sequenza di elementi similari che costruiscono un percorso di pieni e di vuoti stabiliti attraverso la ripetizione del medesimo ritmo. Questo tipo di scelta induce il pubblico a valutare non tanto il carattere specifico degli elementi (forma-colore-peso di per sè stessi complessi e di lettura impegnativa) quanto il magnetismo che intercorre tra la perfetta concatenazione delle forme e la loro vibrazione nel contesto.

Nel corso degli anni Staccioli ha verificato questa struttura sequenziale dilatando la distanza tra i volumi, rompendo talvolta la linearità e disponendo le forme entro perimetri irregolare, non necessariamente iscrivibili in un assetto regolare. Questo ha consentito ha libertà di commisurarsi ai luoghi con nuovi sensi costruttivi, sviluppando un rapporto di forte slancio immaginativo, sia con l’architettura sia con la sua percorribilità. Particolarmente adatte all’inserimento nel paesaggio e nei contesti ambientali architettonici sono le grandi forme circolari protagoniste di molteplici interventi, forme primarie di magica purezza che inventano scenari inusuali, con libertà di muoversi secondo magnetismi e oscillazioni che evocano la presenza dell’uomo che passa da una stagione della vita all’altra. La forza significativa della forma circolare è efficace anche quando la lettura dello spazio si concentra su un solo elemento, in questo caso la scultura è strumento di misurazione del mondo attraverso il parametro della perfezione, l’armonia possibile tra segno dell’uomo e alfabeto della natura.

Quando viene privilegiata la dimensione interna di uno spazio espositivo Staccioli gioca a destabilizzare il perfetto assetto del contenitore architettonico con forme incastrate a mezz’aria verso l’alto, oppure direttamente slanciate dal pavimento fino a un punto di contatto illusorio con il piano più estremo, un attraversamento quasi provocatorio che suscita disagio percettivo e perdita di stabilità. Talvolta queste tensioni assumono un preciso connotato ideologico, una specie di atto critico nei confronti delle regole speculative del sistema dell’arte, sia per intaccare la visibilità edulcorata delle gallerie sia per contraddire l’idea di mercificazione del prodotto artistico. Si tratta di atteggiamenti che, in contro-tendenza con l’involuzione artistica degli ultimi decenni, Staccioli ha dimostrato di saper difendere come matrice non dogmatica della sua concezione creativa, qualcosa di irrinunciabile, anche se il destino della scultura non può sottrarsi totalmente ai meccanismi omologanti del sistema di cui fa comunque parte.

Ciò che conta è poter realizzare le diverse ipotesi di ricerca senza limitare il proprio raggio d’azione, il vero piacere sta nel realizzare tutte le dimensioni della scultura ben sapendo che la vitalità del segno plastico si trasmette al colmo del suo significato solo se sa scegliere lo spazio adatto per realizzarsi. Infatti, è condivisibile l’idea che la qualità spaziale di una forma geometrica non vale per sè stessa ma solo in relazione alla dinamica che ne fa un elemento necessario al costituirsi della visione totale.

Una delle icone più famose è quella inventata per l’intervento presso la Besana di Milano nel 1987, un grande arco rovesciato la cui punta s’inserisce al centro della cupola, in ardito dialogo con le arcate dell’architettura settecentesca. Questa forma è poi ripresa nel 1988 presso il Parco Olimpico di Seoul, una grande curva slanciata verso il cielo realizzata in cemento rosso e ferro, omaggio allo spirito sportivo di tutti i popoli del mondo. Nello stesso anno, un analogo motivo spaziale è realizzato all’esterno del Museo Pecci di Prato come un arco in cemento che unisce lo spazio dell’arte a quello della città, un segno di ulteriore approfondimento del rapporto tra scultura e contesto urbano. Nonostante l’impressione di ripetizione differente di una medesima soluzione, va notato che per ogni tipo d’intervento Staccioli ha affrontato un processo di definizione formale con specifiche scelte strutturali e un tipo di sospensione giocata su equilibri volta per volta diversi.

 

4. Questo esempio serve a confermare l’atteggiamento dominante di Staccioli, il rifiuto di tutto ciò che può ridurre la dialettica tra scultura e ambiente a un superficiale alloggiamento di opere pensate al di fuori di questa relazione, ad una collocazione di manufatti privati della loro rispondenza con lo spazio destinato ad accoglierli. Precisazione forse non necessaria, considerata l’intelligenza con cui l’artista seleziona le occasioni di lavoro, i luoghi d’intervento, le situazioni pubbliche e private, solo quelle rispondenti alla propria sensibilità e capaci di garantire la massima libertà di interpretazione.

Se nell’intervento a Kassel (1988) Staccioli sceglie di segnare l’ambiente con una grande mezzaluna che si inarca gravitando verso il soffitto, nell’istallazione presso il museo coreano a Kwachon (1990) è la punta di un triangolo irregolare, rosso e squillante, ad ancorarsi a terra svettando come un segnale di energia vitale nella vastità del vuoto.

In altri straordinari interventi (Mudima ’92, Cottbus ’93, Tortolì ’95) l’idea del triangolo comeelemento di penetrazione e di rottura dell’equilibrio esistente produce collisioni di vario tipo, forzature di architetture interne, accentuazioni di ritmi in bilico e nuove ipotesi di dialogo tra arte e natura. L’ancoraggio all’immagine naturalistica dell’albero permette di misurare la logica degli interventi attraverso il doppio codice del naturale e del costruito, senza che debba mai considerarsi prevedibile il modo di congiungersi e di modificarsi reciprocamente, ogni volta nasce una sorpresa diversa

Tornando al rapporto con l’architettura interna dei luoghi espositivi va sottolineato lo straniamento percettivo degli spazi chiusi, l’ideazione di tensioni strutturali sollecitate nel comprimersi delle forme tra pavimento e soffitto. O anche semplicemente, realizzate nell’atto di alludere alle possibilità espansive interne al costituirsi di relazioni impensabili prima di diventare tangibili e concrete, con l’evidenza tattile e corporea del loro inatteso inserimento. (Mudima 1992, Invernizzi 1995, Fioretto 2003, Fumagalli 2006).

Quando gli interventi sono proiettati in rapporto alle architetture esterne si ha sensazione che il senso di compressione dello spazio si rovesci in una serie di inserimenti plastici che imprimono una alterazione gravitazionale all’assetto strutturale preesistente. Agganci in bilico, sovrapposizioni improbabili, innesti e sbilanciamenti reciproci tra scultura e luogo restituiscono all’osservatore esiti figurali dotati di forte impatto immaginativo, con effetti di stravolgimento ponderale dell’architettura coinvolta. (Roma 1981, Londra 1982, Amherst 1984, Pergine 1999, San Diego 2003).

Analoga meraviglia va generandosi negli interventi in cui Staccioli usa la scultura come inquadratura dello spazio, soglia sospesa sulla profondità della visione reale, limite che lo sguardo attraversa accogliendo in sé non solo ciò che sta racchiuso nel perimetro circolare o irregolare dello schermo ma anche la vastità apparentemente esclusa, sempre in procinto di entrare in scena ad ogni spostamento del punto di vista. (Andorra 1991, Monaco di Baviera 1996, Bruxelles 1998, Reggio Calabria 2006, Milano 2008)

È evidente che il contesto urbano comporta un tipo di inquadratura carica di stratificati segni architettonici, di campi percettivi compressi e di scorci immediati, di compromessi visuali legati all’immagine della città e alla vita che vi scorre dentro. Al contrario, l’inquadratura del paesaggio ha traiettorie più rallentate che favoriscono la contemplazione, la lenta azione dello sguardo che si perde in lontananza, quel senso di grandiosità che si restringe nello schermo dell’inquadratura con un senso di magistrale controllo del visibile.

Se questo modo di guardare la natura evoca una lettura panoramica, non altrettanto può dirsi quando Staccioli costruisce un corpo a corpo con le sue morfologie, attraverso cerchi, quadrati, triangoli, steli appuntite, archi rampanti, forme debitamente collocate a ridosso degli elementi naturalistici in relazioni sempre diversi come deve essere ogni osmosi non prevedibile.

 

5. La sintesi di questo processo di trasmutazione tra codice naturalistico e tensione costruita è una grande Piramide in acciaio corten inserita su un’altura nel territorio messinese di Motta d’Affermo, uno spazio che si integra nella natura attraverso la fusione di terra e acciaio, paesaggio collinare e strutturalità geometrica. L’opera recentemente realizzata dopo un lungo iter s’inserisce nel progetto ormai trentennale sostenuto da Antonio Presti per qualificare attraverso il ruolo della scultura contemporanea l’immagine mitica della Fiumara di Tusa, luogo che conserva la presenza di antichi insediamenti e stratificate testimonianze della cultura greco-sicula.

Oltre al calibrato inserimento della forma piramidale su base triangolare Staccioli ha studiato tutte le relazioni possibili tra scultura e ambiente utilizzando - attraverso precisi calcoli matematici – riferimenti spaziali che si collocano sulla linea del 38° parallelo. Di qui il fascino che l’opera sprigiona come punto d’incontro di valori antropologici, estetici e scientifici, e questa seduzione vale sia per la tensione formale dell’immagine esterna sia per il suggestivo camminamento che porta all’interno della piramide. L’artista l’ha intesa come dimora per la meditazione interiore, spazio dove ritrovare i fondamenti dell’essere, architettura primaria capace di accogliere le riflessioni intorno agli interrogativi persistenti dell’esistenza, un tempio laico che nasce direttamente dal grembo del paesaggio e guarda verso l’altrove che sta in noi.

Una composizione di grandi pietre dislocate dal centro verso il perimetro della costruzione accentua la sensazione di sito primordiale che lo spettatore può avvertire nella scultura abitabile, vivibile come un percorso ancestrale per guardare la luce del futuro senza smarrire il senso del passato.

Quella nei confronti del passato è una preoccupazione attiva e profonda che ha guidato Staccioli anche nell’affrontare un impegno complesso come quello di Volterra (2009), un grande racconto intorno alle idee e ai sentimenti della scultura attraverso opere in stretta sinergia con i luoghi d’origine. Luoghi d’incantamento che fanno pensare a tutti i luoghi frequentati nel lungo e prodigioso cammino verso le fonti della scultura, dialogo ininterrotto con le energie fisicamente vissute in quei precisi contesti che l’artista ha sollecitato come viaggio alla ricerca degli spazi della memoria.

Il valore dell’esperienza creativa sintetizzata in questa irripetibile mappa di sculture (borghi, poderi, chiese, ville, piazze, chiostri, località di vario genere collocate dentro e intorno a Volterra) sta nel fatto che Staccioli non ha mai pensato di sovrapporsi ai luoghi e neppure di essere condizionato dalle situazioni volta per volta affrontate.

Questo è possibile perché l’artista è esigente prima di tutto con se stesso, ogni confronto deve corrispondere a un profondo convincimento, ad un’intelligenza dello spazio in cui far vibrare i pensieri e le opere, innanzitutto il tempo indispensabile per decantare le ragioni profonde del lavoro. Intendendo per lavoro un insieme di procedure fisiche e mentali finalizzate a usare il linguaggio plastico come strumento per sentire l’ambiente, riconoscersi nelle sue armonie e dissonanze, valutare correlazioni e congiunzioni legate alla duttilità immaginativa delle proprie forme essenziali. Soprattutto, per verificare il ruolo della scultura come “traccia intelligente” di una razionalità sensibile alle vicende del mondo in cui viviamo, rinnovando il progetto di umanizzare la percezione della realtà attraverso quella “ricerca del segno” che continua ad essere “un atto politico all’interno dell’arte”.